lunedì, 30 maggio 2005, ore 14:47

Imperativi categorici

L'imposizione necessaria diviene scontro diretto. Vive e scalpita Rabbia repressa che non ne sopporta alcuna.
Ma c'è il modo per acquietarla, esiste l'equilibrio, che forse però sta tutto nella sua ricerca.
Non giungerò mai al perfetto punto di sospensione tra fare e volere, non giungerò mai ad afferrare veramente la materialità di certe situazioni.
So però che ci sono attimi in cui ogni cosa perde la sua effimera concretezza.
Luoghi, momenti, visioni e  soprattutto suoni che si elevano dallo stato cosciente. Viaggiano, trasportano e trascinano lontano. O forse ti tengono vicino. Così vicino che stupita ti trovi ad osservare il tuo cuore quando credevi di spostarti per guardare qualcun'altro. In realtà credo che ogni "altro" debba accompagnarti per essere veramente parte del viaggio, non basta essere meta, non basta essere obiettivo. Se le orme tendono ad un luogo che poi dispare voltandoti indietro è semplice accorgersi che si è camminato soli.
Nessun luogo come destinazione ma impronte adiacenti, è questo il chiaro segreto.
Quando accade tutto succede con una naturalità così sorprendente da interdire il respiro al solo pensiero, anche se nel volgersi poi si possono notare segni impressi da passeggiate solitarie, l'importante è intravedere dove e quando esse sono più avvallate...perché reggevi qualcuno tra le braccia, perché ti sostenevano tra le braccia.
E così io le vedo le mie orme a volte solitarie e leggere, così come vedo quelle che le affiancano o quelle lasciate profonde e pesanti.
Lasciate da me...lasciate da altri.
Infine solo uno è l'unico imperativo categorico che posso e voglio darmi: non perdere di vista i percorsi ed osservare dall'ombra più a lungo possibile il Sole tra le fronde, tutte le volte che si fa strada tra i rami tutte le volte che, nonostante me, brilla.


(Torre del Parco 28.-.05.-.05 h.14.12)
Sognato da Mirus
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attimi, visione





mercoledì, 11 maggio 2005, ore 22:43

Apatica Clessidra

Una precipitazione nel cuore, un tormento nella mente.
E' poi come fosse spossatezza. Come aver corso per chilometri per poi rendersi conto che l'obbiettivo, dopo tutta la strada percorsa, sembra più lontano di quando hai iniziato a muoverti.
Allora ti guardi intorno in cerca di qualcosa con cui poter ingannare Tempo. Egli però è fuggevole eppure attento, nemmeno un secondo gli scivola inconsapevole tra le dita. Come granelli di sabbia li lascia cadere inesorabili ma lenti, indolentemente li dosa. Fissandoti irride il bisogno, lo veste di impedimento oggettivo, lo circonda di nervosa rabbia. Il pensiero della meta docilmente lo contrasta.
Nell'assenza.

 

Sognato da Mirus
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attimi





giovedì, 05 maggio 2005, ore 11:34

Sussurro di Cassandra

Per percorsi noti oppure inconsci comunque la meta sarà una, da raggiungere e probabilmente sconfiggere.
Per percorsi diversi insinuante ed insidiosa la rabbia prende il sopravvento frequentemente e la paura confonde le intenzioni.
Per percorsi noti oppure inconsci, seppur in un oceano torbido di pattume, comunque certi interrogativi vengono a galla ed anche le risposte.
Perchè se da qualche parte si può leggere che Verità non esiste, dentro di sè si può capire chiaramente che ella non vive solo per chi non sa cosa sia e non l'ha mai vista. Limpida e splendente rifulge della Bellezza insita in sè stessa.
Povero lo sciocco che non la riconosce.
Che pena mi fa.

Sognato da Mirus
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frammenti