lunedì, 26 giugno 2006, ore 01:17

L'Arte Di Prospero

L'immagine è fissa nel pensiero, dinamica nella percezione. Si agita dentro come fosse viva. Ho perso il timone proprio nell'attimo in cui si è scatenata la tempesta. Da sola non sono riuscita ad ammainare le vele, il vento mi ha portato lontano dal calmo mare che poco prima mi sfiorava con delicatezza la mano, corro e mi affanno pensando a quando con ansia attendevo di poter esclamare: Terra! Terra! E ora chissà dove sono, chissà se è ancora più distante. Eolo si accanisce e lacera, non faccio in tempo a fissare catene e a tirar corde. No, mi ribello, la terra dannazione non può essere lontana, soffro ma non ho paura d'affogare, soffro per chi non mi vede arrivare. Conosco la luce del faro, il cielo deve solo lasciarmela vedere, la terra diamine non mi può sfuggire, con tutta me stessa saprò lottare, giusto il tempo di arrivare, saprò ritrovare la via una volta ritrovata la tranquillità del mare, con la mano tornerò a sfiorarlo, con l'orecchio ad ascoltarlo, con la bocca ad assaggiarlo, col cuore a sentirlo. Arriverò e poi mi lascerò andare a chi so mi saprà asciugare, quietamente accoglierò Morfeo e la buonanotte non avrà parole, echeggerà in un sussurro senza più dolore.
Sognato da Mirus
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prosa lirica





lunedì, 19 giugno 2006, ore 15:46

Evoluzioni

Sulle note del Chiaro Di Luna - Claude Debussy
(da Suite Bergamasque)

L'aria umida del lago saliva sino alla collina sulla quale se ne stava adagiata la casa. Per il pianoforte non è l'ideale, si disse mentre spalancava le ante della vetrata che dava sulla valle. Rimase a guardare la Luna un attimo e fece spallucce, quella sera era impossibile tenere chiuso, l'aria condizionata le dava il mal di testa e la luce era troppo avvolgente per non lasciarla entrare. Sperava che la lasciassero in pace, sperava che tutti sparissero, sperava che se solo avessero provato ad avvicinarsi si rendessero conto di quel che stava urlando anche tacendo...o suonando. Si sedette al vecchio sgabello col velluto verde che aveva trovato davanti al pianoforte di suo zio parecchi anni prima. Non aveva mai voluto cambiarlo, certo d'estate era scomodo ma non osava toglierlo da lì, tanto meno da quando suo zio se n'era andato. Erano giorni che si chiedeva quando avrebbe di nuovo poggiato le dita fra il bianco e il nero, quando avrebbe di nuovo sentito la corrente impetuosa dei tasti che trascinano i movimenti, quando si fosse decisa a riprendere e perfezionare quel brano. Stese le mani di fronte a lei, sospese sulla tastiera e le guardò a lungo, non sembravano nemmeno le sue, il suo sguardo mise a fuoco lo stumento che aspettava sotto di loro e sentì un battito sfuggirle. Si alzò, spense la luce e tornò allo sgabello. Le prime note risuonarono, non se ne accorse ma anche la Luna ebbe un sussulto, l'aria iniziò a muoversi lentamente, le fronde a stormire, l'acqua del lago ad agitarsi un poco. Danzava il lago, ballavano le piccole increspature sulla superficie, gli insetti frenetici si dimenavano in tutta la valle dove il lago solitamente giaceva calmo, tutto cresceva e cambiava, la musica attraeva il cosmo che arrendevole la seguiva, i pesci si sporgevano cercando di afferrare quello che poteva essere un buon pasto, le mani non le appartenevano più, si sollevavano e si abbassavano piene di una vita che senza quelle note le era sconosciuta. Incalzante, intensa, docilmente poi si placava quella trasfigurazione, gli alberi continuavano a chiacchierare sottovoce e il lago continuava a fremere...
Sentì un rumore alle sue spalle, nemmeno tanto improvviso in fondo, sapeva che non l'avrebbero lasciata in pace, sapeva che non avrebbero capito.
Le sue mani s'immobilizzarono.
"Non fermarti per me." disse la voce alle sue spalle.
"Non mi fermo per te. Credo mi abbia appena punto una zanzara." gli rispose tranquillamente massaggiandosi il braccio destro.
"Sembri conoscere il segreto di queste note...lo sai che hanno un segreto vero? Un segreto custodito gelosamente."
"Ti riferisci all'ipotesi che Debussy sia stato un Gran Maestro?" chiese lei sorridendo e iniziando di nuovo a suonare.
"Sì, in un certo senso sì, mi riferivo a quello..."
"Non mi importa sai, fosse stato un compare di Gonzaga, di Newton o di Da Vinci cambierebbe forse questo la sua musica?"
"Non so...non credi che il mistero sia un elemento caratterizzante?"
La musica si interruppe bruscamente, note stridule scaturirono dallo strumento che un attimo prima diffondeva dolcezze, le mani di lei si erano abbassate con violenza sui tasti.
"Smettila..." gli disse "Che sciocchezze vai dicendo..." i suoi occhi fiammeggivano ora "Il mistero? Che ipocrisia la tua. E' l'essenza che importa."
"Non stai più parlando di Debussy." le rispose lui.
"E tu..." ribattè lei di nuovo calma "...non l'hai mai fatto."
Lui si allontanò lentamente, raccolse la borsa che aveva lasciato cadere all'ingresso della stanza, rivolse uno sguardo alla Luna che si rifletteva vanitosa sul lago e trattenne il fiato. Poi adagio tornò indietro, la raggiunse senza fretta, le baciò delicatamente la spalla sinistra coperta solo da un leggero strato di raso. Lei non reagì e così lui proseguì per la sua strada, passo dopo passo verso l'uscita, giunto all'ultimo scalino udì di nuovo il Chiaro Di Luna diffondersi per tutta la casa e da lì per tutta la valle, sino ai monti. Sorrise e pensò che probabilmente lei credeva che nel fragore del suono, nella magnificenza di quella melodia nessuno l'avrebbe udita piangere. Si rese conto in un attimo poi che era perfetto, che mai l'aveva sentita suonare così, che c'era riuscita, aveva preso quel brano e l'aveva stretto fra le dita, ne aveva carpito il segreto, l'aveva afferrato finalmente, vissuto. Forse era un bene che fosse successo solo in quel momento, forse così nessuno avrebbe sentito piangere nemmeno lui.


Sognato da Mirus
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musica, racconto