Ramingo
L'enorme mostro di metallo nero l'aveva quasi investito. La pioggia si era da poco trasformata in una sorta di nebbiolina sospesa e lui stava per andarsene da dove si era rifugiato quando l'auto aveva sbandato sulla strada bagnata, era finita contro i cassonetti e di seguito contro il muro. Aveva lasciato il proprietario lì, senza nemmeno provare a farsi notare, del resto era impegnato ad imprecare contro chissà cosa e non l'aveva nemmeno visto quando aveva rischiato di schiacciarlo. Gli andava benissimo così, meglio lasciare le cose come stavano, inoltre la notte, secondo lui, non era fatta per le urla.
Che poi non aveva mai capito perché la gente andasse sempre tanto di fretta, né aveva mai compreso perché amasse tanto le automobili, odiose e puzzolenti. Il mondo andava visto in un altro modo, il mondo non poteva essere osservato da un finestrino.
La strada sembrava vuota, sicura, ma aveva imparato sin da giovane che quel che sembrava non era affidabile quindi deviò il suo percorso, evitando le pozzanghere, e s'incamminò verso la periferia del borgo passando per vicoli. Da qualche finestra fuoriusciva ancora la luce, la luce artificiale della vita comoda. Tempo fa lui aveva scelto una luce differente, quella che sgorga naturalmente fra le nuvole, quella che avvolge in raggi di calore e che scalda la pelle. Diverso. Ecco cos'era. Non era stato costretto, non si era trovato in questa situazione per via di imperscrutabili e casuali eventi, quella strada lui se l'era scelta e anche più di una volta. Era scappato un giorno da una finestra come quelle che ogni tanto, di sera, fissava con uno sguardo ed un animo un po' malinconico, aveva scelto la finestra perché dalla porta principale non era voluto passare, se ne era andato da un'uscita laterale, secondaria, dove gli occhi degli altri si posavano più raramente. Se n'era andato senza preavviso e senza che nessuno sospettasse in anticipo la sua decisione. Talvolta però quello che aveva lasciato tornava a farsi sentire, s'incarnava in un suono, in un odore, in un refolo di vento che lo scompigliava leggermente e che gli faceva pensare ad una carezza. In quei momenti si sentiva sciocco e tornava sui suoi passi, si lasciava vedere, si assicurava che lei stesse bene ma poi la strada lo chiamava di nuovo e quindi si allontanava, anche se sapeva che non sarebbe stato poi lontano tanto a lungo. Era una cosa facile da prevedere e forse facile anche da capire, in mezzo a tante altre di cui ancora non si dava una spiegazione. Era una questione di amore, perché l'amore, quello vero, non si disperde come polline nella brezza o come neve al Sole, ti resta attaccato addosso e ti impedisce di essere davvero egoista, anche se lo vorresti. Giunto, quasi, ai prati che circondavano il piccolo centro, si guardò indietro e vide una luce di rara bellezza illuminare la stradina che aveva appena percorso. Il lastricato brillava ancora umido per la pioggia e la Luna vi si specchiava vanitosa. Si voltò di nuovo, con ancora quella visione negli occhi ma senza più esitare. Finalmente - si disse - l'erba sotto i miei passi.
Dopo quel fugace attimo titubante rivolse tutto il suo pensiero alla ricerca di un luogo dove ripulirsi, sperò di riuscire a trovare un posto asciutto ché non aveva mai sopportato di bagnarsi le zampe.