giovedì, 31 gennaio 2008, ore 15:22

My Fleeting House

Veloci transitano i treni,
con le loro carrozze colme.
Il pensiero rimbalza sui finestrini,
il paesaggio scorre lesto,
lesti scorrono i destini.



Sognato da Mirus
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musica, visione, libere sillabe





venerdì, 31 agosto 2007, ore 10:19

Spossatezza

 Le tempie pulsanti
 scandiscono il ritmo
 delle membra abbandonate.
 I pensieri si fanno cadenti
 come stelle trapuntate
 in una notte nera.
 Nemmeno la forza per una lacrima vera.

Laddove lo specchio si fa scuro, forse, non riesco più a lottare.

...Water is my eye
Most faithful mirror
Feather's on my breath
Teardrop on the fire of a confession
Feather's on my breath
Most faithful mirror
Feather's on my breath

Teardrop on the fire
Feather's on my breath

You're struggling in the dark
You're struggling in the dark...

(Massive Attack - Teardrop)
Sognato da Mirus
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musica, libere sillabe





martedì, 21 novembre 2006, ore 03:30

Improvviso Notturno

Insonne canto
d'oro e argento,
vano confronto.




Silenzioso poi
nel corpo un ricordo,
muta attendo.

...I'm not looking for an easy ride
True happiness cannot be tried
So easily
When you're born a lover
You're born to suffer
Like all soul sisters
And soul brothers...
You can take your time
I'll be waiting in line
You don't even have to give me
The time of day
When you're born a lover
You're born to suffer
Like all soul sisters
And soul brothers...

(Depeche Mode - Goodnight Lovers)
(click - click)
Impellente doppio haiku.
Ora potrò finalmente sussurrare:
"Buonanotte"
nell'orecchio di Morfeo?
...ssssssssssshh
Sognato da Mirus
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musica, haiku





sabato, 18 novembre 2006, ore 02:19

Melancholy

La sensazione oramai si ripete, notte dopo notte, la non appartenenza, l'insonnia e la noia. Il mal di stomaco che lento avanza. Distendo le gambe ma in realtà vorrei allungare il pensiero, come un filo, sì, come un filo. Tutto diventa incoerenza, strapazzata e disincantata cerco la salvezza. La salvezza delle carezze che scorrono leggere sui capelli presto la mattina, quando non ancora sveglia le sento comunque sfiorarmi delicate, la salvezza di un calore che conosco e ricordo bene ma che per lunghissimi giorni più non mi appartiene. Tutto diventa pesantezza, anche le coperte si ammantano di gelo tanto che mi scopro nel sonno leggero. Leggero come l'aria di un altro sospiro, leggero come le ombre su un soffitto che rimiro. Servirebbe una ninnananna che non fosse per forza il suono di un altro respiro, che non sia per forza intrisa delle parole che narrano gli occhi di Amore prima di dormire, che non sia per forza nelle mani calde e nella presenza di un altro cuore, di un battito che all'unisono col mio accelera e rallenta i suoi colpi. A me...qui abbracciata al cuscino di un letto disfatto servirebbe il suono dei violini...o una canzone...
...solo una canzone.

When the day is long and the night, the night is yours alone,
When you're sure you've had enough of this life, well hang on
Don't let yourself go, everybody cries and everybody hurts sometimes...

If you're on your own in this life, the days and nights are long,
When you think you've had too much of this life to hang on

Well, everybody hurts sometimes,
Everybody cries. And everybody hurts sometimes
And everybody hurts sometimes. So, hold on, hold on
Hold on, hold on, hold on, hold on, hold on, hold on
Everybody hurts. You are not alone...

(R.E.M. - Everybody Hurts)
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musica, attimi





giovedì, 26 ottobre 2006, ore 15:50

Metamorfosi

Erano giorni che si sentiva stanca, tremendamente stanca, si avvicinava il suo compleanno e non aveva nessuna voglia di festeggiare. Aveva il cuore pesante, ogni volta che si vedeva riflessa vedeva solo le rughe lasciate dal passaggio dei propri dolori. Erano ruscelli e fiumi che attingevano ad una fonte che non si estingueva. Non si piaceva. Era semplice, non c'era nulla di complicato; se osservava se stessa dall'esterno, con gli occhi di sconosciuta, non si piaceva e non si vedeva tutto l'amore che la circondava, quello che riceveva, quello che dava. Quell'amore così vero e bello si vedeva forse sulla pelle? Si vedeva forse nelle linee morbide del corpo? Rinunciava allo specchio sempre più spesso perché si sentiva bella oltre lo specchio e oltre lo specchio era un luogo in cui pochissimi giungevano, pochissimi avevano la capacità di farlo e così la sera dispiaciuta si infilava nel letto.

Passavano i giorni, certi gesti erano una routine che in parte la rassicurava ma ogni tanto incontrava quegli sguardi e allora di nuovo si intristiva: gli sguardi sconosciuti, quelli che scivolano sull'apparenza, lisci come fossero bene oliati, come fosse una piacevole e buona abitudine quella di esser convinti di sapere tutto di qualcuno avendo colto solo qualche brandello di quello che è. I movimenti, qualche parola e quegli sguardi credevano di sapere cosa c'era realmente dietro...sciocchi, solo sciocchi eppure la ferivano eppure la costringevano a cambiare sentiero. A volte desiderava solo la vendetta, servita tanto fredda da congelare e una risata in faccia, sì avrebbe voluto una risata in faccia.

...A broken dream haunting in your sleep
And hiding in your smile a secret you must keep
Love cuts you deep

Love breaks the wings of a butterfly on a wheel
Love breaks the wings of a butterfly on a wheel...


In una notte come tante altre tornava a casa con i soliti tormenti nell'animo e le note del creato nelle orecchie, sentiva cantare gli alberi e le stelle, sentiva il mormorio delle foglie, vedeva sfrecciargli davanti le lucciole e si scoprì il desiderio di volare, poi un pensiero la colpì come un morso, come se denti pungenti e zanne le affondassero nella carne, si rese conto che era bellissima. Non importava quello che gli altri credevano, non importava nulla perchè lei sapeva parlare agli insetti, sapeva stare ore ad osservare la linfa scorrere, sapeva cosa volesse dire assaggiare l'alba in una goccia di rugiada. Sorrise, il mondo non la spaventava più, si rannicchiò sotto le coperte con l'animo quasi sereno, pensava che quella convinzione forse non sarebbe durata, pensava ancora al regolamento dei suoi conti ma era tutto diverso quella notte, le coperte sembrarono stringerla forte, sembrarono quasi soffocarla ma lei non era preoccupata, si addormentò col sorriso, sorriso che era restato sul suo viso anche al pensiero che forse avrebbe dormito per mille anni, perché era una sorriso che andava al di là del tempo, un sorriso che racchiudeva una vita in un secondo.

Aveva creduto che non si sarebbe mai svegliata eppure venne fuori dal bozzolo del suo letto, a fatica ma sveglia. Gli occhi gonfi le sembrarono stranamente enormi appena alzata, distese le gambe e si ritrovò a ricordare la sensazione provata prima di cedere al sonno, per la prima volta dopo tanto tempo si diresse decisa verso la sua immagine e provò un attimo di sospensione eterna. Non era solo una sensazione si disse guardandosi incredula, era stupenda, faceva quasi paura, era piena di colori, era viva come non mai, ubriacava di luce. Una risata le gorgogliò in gola, ma non era la risata beffarda che aveva desiderato in quegli anni...o erano giorni? O forse ore? Comunque era diversa, era divertita, era tintinnante...ora poteva volare, senza limiti e senza remore, non voleva più far cadere giù nella sua tana nessuno, forse ora non avrebbe più nemmeno potuto, ora poteva solo lasciarsi trasportare leggera dalle correnti e seguirne il profumo, ignara e incurante del freddo o del tempo. Finalmente si vedeva come era, gli occhi lucenti, il sorriso gioioso e le ali spiegate, non voleva più il perdono di nessuno, non voleva più le scuse di nessuno, aveva il cielo ad attenderla e voleva solo volare.

...And I could only watch as the wind crushed your wings
Broken and torn crushed like the flower under the snow
And like the flower in spring
Love will rise again to heal your wings

Love heals the wings of a butterfly on a wheel
Love will heal the wings of a butterfly on a wheel...


Corsivi : The Mission - Butterfly On A Wheel

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musica, racconto





venerdì, 14 luglio 2006, ore 04:01

Painted Skin

Avrei voluto regalarti il mio sorriso e avrei voluto trovarti per raccontare di orme sulla spiaggia e di stridulo gracchiare, di voci lontane e senza importanza, di splendida indolente torpidezza. Eppure solitaria Selene mi scopro a guardarti senza nulla da dire, con poche lettere che turbinano nel petto, pochi gesti a cui penso prima di mettermi a letto. Avrei voluto cantarti la mia canzone e avrei voluto trovarti per raccontare di una conferma e non di una distruzione, di una volontà attuata e non di un'intenzione. Eppure solitaria Selene mi scopro a temerti nella tua luce indagatrice, perché sai far uscire quel che non so nemmeno di dover dire, perché sai scrutare e capire che non tutto va come deve andare. Mi piacerebbe straziarmi di dolore, contorcermi e gemere nel sudore, rigirarmi fra le lenzuola e ingarbugliarmi nella notte ma qua l'aria è deliziosamente fresca e me ne sto così, apparentemente controllata, a ponderare, a non credere di poter ricominciare, a galleggiare, docilmente a galleggiare, desiderando l'onda adatta a farmi di nuovo viaggiare, trasportare, desiderando una traccia di colore che ammanti di rosso il grigio, che doni di nuovo alla mia pelle il riverbero del colore, aspettando la mano che ritragga le linee del sentire, rimpiangendo quando dipingere le era naturale.


"I'm thinking of you In my sleep They're not good thoughts...
But there's no easier way...
But i don't wanna hear this no more And i don't wanna feel this no more
And i don't wanna see this no more And i don't wanna experience this no more
Cause i know i 've got to say I know i've got to say
Goodbye Baby goodbye Goodbye Baby goodbye
You're my sweetheart Goodbye
You're my sweetest
Goodbye..."
(Archive)
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musica, attimi





lunedì, 19 giugno 2006, ore 15:46

Evoluzioni

Sulle note del Chiaro Di Luna - Claude Debussy
(da Suite Bergamasque)

L'aria umida del lago saliva sino alla collina sulla quale se ne stava adagiata la casa. Per il pianoforte non è l'ideale, si disse mentre spalancava le ante della vetrata che dava sulla valle. Rimase a guardare la Luna un attimo e fece spallucce, quella sera era impossibile tenere chiuso, l'aria condizionata le dava il mal di testa e la luce era troppo avvolgente per non lasciarla entrare. Sperava che la lasciassero in pace, sperava che tutti sparissero, sperava che se solo avessero provato ad avvicinarsi si rendessero conto di quel che stava urlando anche tacendo...o suonando. Si sedette al vecchio sgabello col velluto verde che aveva trovato davanti al pianoforte di suo zio parecchi anni prima. Non aveva mai voluto cambiarlo, certo d'estate era scomodo ma non osava toglierlo da lì, tanto meno da quando suo zio se n'era andato. Erano giorni che si chiedeva quando avrebbe di nuovo poggiato le dita fra il bianco e il nero, quando avrebbe di nuovo sentito la corrente impetuosa dei tasti che trascinano i movimenti, quando si fosse decisa a riprendere e perfezionare quel brano. Stese le mani di fronte a lei, sospese sulla tastiera e le guardò a lungo, non sembravano nemmeno le sue, il suo sguardo mise a fuoco lo stumento che aspettava sotto di loro e sentì un battito sfuggirle. Si alzò, spense la luce e tornò allo sgabello. Le prime note risuonarono, non se ne accorse ma anche la Luna ebbe un sussulto, l'aria iniziò a muoversi lentamente, le fronde a stormire, l'acqua del lago ad agitarsi un poco. Danzava il lago, ballavano le piccole increspature sulla superficie, gli insetti frenetici si dimenavano in tutta la valle dove il lago solitamente giaceva calmo, tutto cresceva e cambiava, la musica attraeva il cosmo che arrendevole la seguiva, i pesci si sporgevano cercando di afferrare quello che poteva essere un buon pasto, le mani non le appartenevano più, si sollevavano e si abbassavano piene di una vita che senza quelle note le era sconosciuta. Incalzante, intensa, docilmente poi si placava quella trasfigurazione, gli alberi continuavano a chiacchierare sottovoce e il lago continuava a fremere...
Sentì un rumore alle sue spalle, nemmeno tanto improvviso in fondo, sapeva che non l'avrebbero lasciata in pace, sapeva che non avrebbero capito.
Le sue mani s'immobilizzarono.
"Non fermarti per me." disse la voce alle sue spalle.
"Non mi fermo per te. Credo mi abbia appena punto una zanzara." gli rispose tranquillamente massaggiandosi il braccio destro.
"Sembri conoscere il segreto di queste note...lo sai che hanno un segreto vero? Un segreto custodito gelosamente."
"Ti riferisci all'ipotesi che Debussy sia stato un Gran Maestro?" chiese lei sorridendo e iniziando di nuovo a suonare.
"Sì, in un certo senso sì, mi riferivo a quello..."
"Non mi importa sai, fosse stato un compare di Gonzaga, di Newton o di Da Vinci cambierebbe forse questo la sua musica?"
"Non so...non credi che il mistero sia un elemento caratterizzante?"
La musica si interruppe bruscamente, note stridule scaturirono dallo strumento che un attimo prima diffondeva dolcezze, le mani di lei si erano abbassate con violenza sui tasti.
"Smettila..." gli disse "Che sciocchezze vai dicendo..." i suoi occhi fiammeggivano ora "Il mistero? Che ipocrisia la tua. E' l'essenza che importa."
"Non stai più parlando di Debussy." le rispose lui.
"E tu..." ribattè lei di nuovo calma "...non l'hai mai fatto."
Lui si allontanò lentamente, raccolse la borsa che aveva lasciato cadere all'ingresso della stanza, rivolse uno sguardo alla Luna che si rifletteva vanitosa sul lago e trattenne il fiato. Poi adagio tornò indietro, la raggiunse senza fretta, le baciò delicatamente la spalla sinistra coperta solo da un leggero strato di raso. Lei non reagì e così lui proseguì per la sua strada, passo dopo passo verso l'uscita, giunto all'ultimo scalino udì di nuovo il Chiaro Di Luna diffondersi per tutta la casa e da lì per tutta la valle, sino ai monti. Sorrise e pensò che probabilmente lei credeva che nel fragore del suono, nella magnificenza di quella melodia nessuno l'avrebbe udita piangere. Si rese conto in un attimo poi che era perfetto, che mai l'aveva sentita suonare così, che c'era riuscita, aveva preso quel brano e l'aveva stretto fra le dita, ne aveva carpito il segreto, l'aveva afferrato finalmente, vissuto. Forse era un bene che fosse successo solo in quel momento, forse così nessuno avrebbe sentito piangere nemmeno lui.


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musica, racconto





giovedì, 18 maggio 2006, ore 22:01

Quédate Luna

Il tavolo era scheggiato, liso dalle intemperie, dal sale e dagli avventori, rigato, segnato. Scritte varie e graffiti lo adornavano, di certo avrebbe avuto bisogno di una riverniciata. L'aria salmastra gli aveva donato un odore particolare, si chiese se la polena di un vecchio vascello profumasse alla stessa maniera. La cameriera girava fra i tavoli con l'aria annoiata, l'oceano mormorava sommesso quella notte. Un rum pensò ma non lo chiese ancora, aspettava. La ragazza gli lanciò l'ennesimo sguardo interrogativo, le rispose con un sorriso sbieco e alzò le spalle. Lei si mosse verso di lui, qualche passo e gli fu vicino, lui percepì la fragranza dolce della sua pelle, si era legata i capelli dopo averli lavati ma qualche ciocca ancora umida era sfuggita alla costrizione e le incorniciava il volto. Faceva caldo però, inoltre un vento tiepido e leggero soffiava lievemente quella notte, presto la chioma bruna sarebbe stata completamente asciutta.
"Per quanto tempo ancora intendi aspettare?
Pensi davvero che prima o poi lei verrà?"
"Ne sono sicuro."
le disse sussurrando.
"Rum?"
"Più tardi."
Era una notte chiara, alcuni bambini ancora giocavano sulla spiaggia, la porta delimitata da due palme e la sabbia tra le dita dei piccoli piedi nudi mentre correvano dietro al pallone. Avrebbe dato qualunque cosa per tornare a quell'età, poter infischiarsene del resto del mondo e preoccuparsi solo di correre dietro ad un pallone, avrebbe dato qualsiasi cosa anche per sentire una certa voce. Non per udirla parlare però, magari cantare, accompagnata dalla chitarra che lo seguiva fedele, quasi fosse un cane. Se ne stava appoggiata a quel tavolo mezzo dipinto di azzurro, aspettando anche lei. Erano giocose pure le nuvole che si muovevano nella brezza, d'improvviso la notte divenne così luminosa che si chiese se non fosse stata invasa dal giorno. Alzò lo sguardo e la Luna del tutto svelata invase la sua anima, lo avvolse come fosse seta, allora la vide mutare, vide quella luce limpida scendere e avvicinarlo. Sorrise quasi incantato, prese la chitarra che giaceva a lato. Le note si diffusero piano, una filastrocca gli salì alle labbra. Non sentì il rumore della tenda del chiosco che veniva scostata, non vide il vassoio col rum posarsi sul tavolo ma sentì le maracas accompagnarlo dopo qualche tempo. I pochi altri clienti del bar sulla spiaggia sembrarono gradire l'intermezzo e qualcuno si mise anche a batter le mani. Si sentiva bene, si sentiva vivo e sapeva che probabilmente la sua Luna sarebbe sparita alla fine della canzone, sapeva che probabilmente non sarebbe restata dopo tanto aspettare ma non importava. La sua pelle veniva sfiorata dal vento e le stelle lo stavano a guardare, la notte era sua, il mondo della sua Luna.

Yo no he tomado
Pero me voy a tomar un traguito ahora
Y se que lo que mas espero
Lo mas que se me enamora
Tres, siete, diez Ya no me ves
Pero si alvez Te digo tu nombre
Ya saberas quien es Soy el perro a tus pies
Que te muerde la costilla
Y las estrellas brillan y la luna se sienta en su silla

¿Qué tomas Lunita y porqué estas tan amarilla?
Bueno, ya estoy cansada y mis hijas ya me dicen viejita
Mi pelo esta seco y mi piel ya no brilla
Pero el mundo es tuyo, pero esta noche eres mía

Así que
Quédate, quédate Luna Quédate, quédate Luna
Quédate, quédate Luna Quédate, quédate Luna
Mira a Dios en el aire, mira a Dios en el mar
Yo te doy toda mi vida para oírte cantar
Oye a Dios en el viento, prueba a Dios en la miel
Dios vive afuera y adentro también
Así que
Dímelo, dímelo Luna Dímelo, dímelo Luna
Dímelo, dímelo Luna Dímelo, dímelo Luna
Dímelo, dímelo Luna Dímelo, dímelo Luna
Dímelo, dímelo Luna Dímelo, dímelo Luna
Yo no he tomado
Pero me voy a tomar un traguito ahora
Y se que lo que mas espero
Lo mas que se me enamora...

Adagio la musica si disperse e lui posò di nuovo la chitarra a terra.
"Mariposa, mia cara, ora potresti portarmi quel rum." Disse quasi sottovoce.
"Lo hai già il tuo rum, non te ne sei accorto?"
Senza fretta si voltò verso la voce che gli aveva risposto e verso la figura vestita di bianco che era appena sopraggiunta.
"Mariposa è una ragazza in gamba, riesce a capirle al volo le cose..." le rispose.
"Non mi hai aspettato, avrei voluto cantare questa notte."
"Ti sbagli, tu c'eri...e la prossima notte se lo vorrai mi troverai qua...ad aspettare ancora."
Si alzò, concesse al suo sguardo di scivolare sui biondi capelli di lei, bevve il suo rum e si avviò verso la spiaggia.
"A domani Lunita..." gli sentì dire mentre si allontanava.

(Il testo della canzone è di Devendra Banhart)
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musica, racconto





giovedì, 19 gennaio 2006, ore 03:29

A Luce Spenta

E non ci credo che se ne va così come è arrivata quella sensazione di angoscia logorata, stremata dalla troppe volte in cui è stata provata. Eppure so che lo farà, naturale come respirare la sentirò svanire, piano, lentamente o d'improvviso mi troverò a sorprendermi nel notare che per sentirla ancora devo andarla a cercare. Cosa è stato a farti scappare mio caro pensiero ritorto su se stesso, cosa è stato a farti arrendere questa notte, cos'hanno queste ore di buio farcite di diverso, di così tanto diverso da farti ritirare. La musica tenue arranca nelle orecchie, faticosamente procede sino al centro di quella strana estensione che si fa imputata di fronte a quello strano giudice che è Amore. E non ci credo che non si riesce a vedere.
Lasciami dormire per un po'...

E non ho fretta di comprendere e vedere, leggere ogni cosa non è più essenziale, leggere in generale non è più essenziale ma diviene vitale il tocco che non ho, lo sguardo che riverbera il battito e che non scorgo, la mia mano stretta in quella più grande e più calda che sogno.

Fammi un po' di posto accanto a te

e raccontami da capo di noi due...

Di nuovo, da capo, inizia dalla fine, finisci con l'inizio. Perchè ho voglia di sentire parlare, di afferrare la voce di cui ho bramato il sospiro, di toccare le inframezzate parole.

Non c'è niente da capire

se ti dico che doveva andar così...

Il gioco dei meriti e dei misfatti si intreccia con ogni chiarimento inutile e poco importante.

Non è importante

non è stata certo tutta colpa tua
non sei colpevole...

Nessuna responsabilità nella spinta del cuore, nell'impulso di abbracciare, di voler avere, di voler amare. Irrompe alla vista una foto, cercata o sopraggiunta non conta.

Non è solamente volontà

non è solamente il tuo destino
non è importante...

E ti osservo con la sigaretta fra le dita in una visione che ti cambia un po'.

Sono solo le tre e mezza del mattino

come fare a prendere sonno non lo so
mi rigiro con la faccia verso il muro...

Come sto?

Se soltanto riuscissi a spiegartelo...

Son passate le tre e mezza del mattino
chiudo gli occhi e cerco il buio come un faro...

(corsivi dei Perturbazione - A Luce Spenta)
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musica, attimi





giovedì, 15 dicembre 2005, ore 16:58

Insomnia

L'atmosfera ovattata nel buio sembra rimbombare come fosse l'insieme di tutte le parole non dette durante il giorno, delle ore trascorse dissipando il tempo tiranno, dei giorni passati nel dubbio. Osservando la scelta: essere o avere, dire o fare, afferrare o lasciar andare, ricordare o dimenticare. E' una creatura traslucida che mi esce dal cuore, mi aggroviglia lo stomaco, mi oltrepassa la mente, scaccia Morfeo dolce amante, sussurra e grida, si lamenta e piange, attanagliata dalla mancanza, dall'assenza, da nessuna essenza. La reminiscenza di ogni cosa si fa lucido delirio, razionale rifiuto, folle desiderio di poter vivere di brezza, di potersi nutrire di calore, di potersi riparare in mare. Tutto riluce e poi si spegne lento il brillio di ogni attimo trascorso sentendosi enormi e sentendosi piccoli. Più piccoli di un granello di sabbia, più di una bugia scritta e poi abbandonata senza nulla a tenerla in vita. E' musica e silenzio, è sonno disperso.

"...All mine, You have to be So don't resist, We shall exist Until the day, Until the day, I die. All mine, You have to be..."
(Portishead - All Mine)
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musica, prosa lirica





domenica, 11 dicembre 2005, ore 00:11

Undici Dicembre

Ti ho immaginata in mille modi, di mille incanti vestita, ti ho immaginata folletto della notte o piccola sciamana della rinascita. Sei sorriso di Sole e occhi di Bene. Occhi così grandi e così scuri, capaci di malinconie profonde e di leggere svagatezze, capaci di scovare la più perfetta canzone solo per potermela donare. Ti ho immaginata ammantata di raggi di luce e di parole. Parole che ho sempre sentito come onde, come battiti di cuore, come gli irregolari e lievi voli di una farfalla. Parole che non posso dimenticare, che sanno ancora farmi piangere e sognare. Ti ho immaginata in mille modi, di mille incanti vestita, ti ho immaginata...il giorno in cui sei nata.
"...tu per me sei vero
sei il mio più dolce pensiero
il prezzo sai è un po' il mare
ti culla e non ti vuol lasciare..."
(Oceano di gomma - Afterhours)

Mille auguri, mille candeline, mille desideri tutti per te.
E poi...
...mille ancora.


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musica, attimi





martedì, 22 novembre 2005, ore 14:45

The Killing Moon

Pochi sguardi ad osservarti piccola, solitaria, dolce Luna. Il mio lo ricambi paziente nell'attesa di righe che ti ho rubato lasciandole altrove. Fogli, penne o sconosciuti tasti. Ti ho guardato per diverso tempo come se avessimo un conflitto aperto ed ora m'accorgo d'aver deposto le armi, benevola mi attendi, mi avvolgi di suoni che a te riportano. Confortante il tuo abbraccio che pure ho pensato di rinnegare, invadi di luce leggera notti e note che mi riportano sotto il tuo cielo, così privo di nubi, così scoperto d'amore e di dolore. Sono qua Luna, mai potrò andarmene perché ti appartengo come tu appartieni a me e non esiste sconvolgimento che troppo lontano mi trascinerà dal tuo spazio. Hai messo radici così profonde col tuo lieve chiarore che non le riesco ad estirpare dal cuore, pur volendo, pur razionalmente ascoltando una me che ti trova vestigia del passato, di un sentire troppe volte mutato. Ma tu sei nata in me ancor prima che ti scoprissi, per darmi vita ed uccidermi, per regalarmi sorrisi e lacrime. Come posso stringere le mani, affondare la lama...premere un bottone. Esito e sempre esiterò...è che mi piace sfidarti nonostante sia sicura della tua vittoria. Mi arrendo mia Luna anch'oggi mi abbandono e aspetto la notte. La tua notte, le tue note. Sorridi mia Luna sorridi, infondo hai sempre sorriso a chi invece che osservare te fissava il mio dito.

"Under Blue Moon I saw you
so soon you'll take me
up in your arms
too late to beg you
or cancel it though
I know it must be the
killing time
unwillingly mine
Fate up against your will
through the thick and thin
he will wait until
you give yourself to him
In starlit nights I saw you
so cruelly you kissed me
your lips a magic world
your sky all hung with jewels
the killing moon
will come too soon
Fate up against your will
through the thick and thin
he will wait until
you give yourself to him..."

Scorre in questo spazio, avvolgendolo...
The Killing Moon - Echo And The Bunnymen

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musica, prosa lirica





martedì, 08 febbraio 2005, ore 15:53

Come Ophelia


La follia rende folli.
Pensava e le rimbombava in testa.
La follia rende folli.
La pazzia si diffonde come un'epidemia, passa da una mente all'altra.
La follia rende folli.
Si avvicinò lentamente alla manopola del rubinetto, la girò piano senza fretta. Che premura doveva avere del resto, era sola e nessuno, nessuno l'avrebbe cercata, nessuno l'avrebbe disturbata. Preparò i sali da bagno e gli oli profumati, accese le candele e versò essenze odorose nell'acqua che stava riempiendo la vasca. Si diresse poi verso la stanza adiacente, alzò il volume dello stereo e le note dolci risuonarono in tutta la casa. Adorava quella composizione, attese qualche secondo immobile ripercorrendo i ricordi legati a quel pezzo, i toni e la conversazione a cui aveva fatto da sfondo, la voce, le parole, quello strano intenso percepire. Si scosse, aprì gli occhi, tornò in bagno. Si guardò intorno ma si accorse che lì per ora non aveva nulla da fare. Si voltò e s'incamminò verso la cucina, prese il cestello dal freezer e poi si spostò di nuovo in bagno. Appoggiò il contenitore sull'angolo della vasca, l'acqua non era ancora abbastanza e quindi aspettò. Si perse di nuovo nella melodia che viaggiava nell'aria, sospirò e decise che non avrebbe proprio voluto udire altro in quel momento. Chiuse il rubinetto, l'acqua le sembrava oramai sufficiente, vi versò il contenuto del secchiello e poi sparse sulla superficie una miriade di petali di fiore. Sciolse la cinghia dell'accappatoio ed entrò con calma, prima il piede destro, il polpaccio, il ginocchio, poi il sinistro. Si distese tranquilla. Presto il ghiaccio che aveva messo nell'acqua iniziò ad avere l'effetto che voleva. E dire che non aveva nemmeno dovuto prepararlo, la Natura stessa gliene aveva fornito così tanto che le era bastato passeggiare per il giardino per averne a sufficienza. Tutto infatti ne era ricoperto, strati e strati, centimetro dopo centimetro, giorni e giorni in cui la neve era caduta e si era accumulata per poi ghiacciare. Mentre lo raccoglieva pensava a quando invece quel piccolo parco era verde e lo stagno non era gelato. In quel tempo passava intere notti a rimirare la Luna che si rispecchiava sull'acqua. Le membra intanto le si intorpidivano e coscientemente scese ancora di più in quel freddo che sembrava così accogliente. I profumi diffusi nella stanza le inondavano le narici, i petali le galleggiavano pigramente intorno, il movimento di onde che aveva creato al suo ingresso stava completamente sparendo. S'immerse totalmente, la vibrazione della musica attraverso il fluido le arrivò ancora più forte, le due lacrime che si affacciarono dai suoi occhi si persero nella moltitudine di gocce che formavano quel gelido abbraccio. Un pensiero folgorante le attraversò la mente, rimpianse per un attimo di non avere più la possibilità di sussurrare il suo addio ma infondo si disse che non importava, tanto nessuno l'avrebbe sentita. Le ultime bolle d'aria salirono verso la superficie ed un millesimo di secondo prima del buio, forse come fece Ophelia, pensò al suo Amleto.

Attraverso l'acqua...

La Petite Fille de la Mer - Vangelis

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musica, racconto





lunedì, 07 febbraio 2005, ore 11:55

Cuore nomade

Si distese sulla sabbia calda, la duna lo accolse amorevole. La notte si stava affacciando e lui voleva veder sorgere la Luna. Il bianco mantello del puledro che lo aveva accompagnato riluceva ancora del calore del giorno. Lo accarezzò lievemente allungando il braccio.

"Presto torneremo al campo, non temere amico mio.."

Sussurrò piano mentre lentamente stavano comparendo le stelle. Il mal di testa lo tormentava da un po', con accuratezza sciolse il perfetto intreccio di stoffa che formava il suo copricapo e si sentì per un attimo libero, dai pesi e dai pensieri, respirò a fondo l'aria che iniziava a profumarsi dei fiori notturni con la sabbia tra i capelli. Una piccola lucertola gli salì sulla mano, la osservò silenzioso, lei sembrò accorgersene e si fermò perplessa, immobile in quello sguardo pareva attendere un minimo cenno. Lui non si mosse, il minuto animale senza fretta gli scese dalla palma che aveva usato come ponte da una distesa di granelli all'altra, il mondo che lo attendeva al di là era apparentemente uguale, eppure una duna non è mai uguale a se stessa e così in quell'oltre tutto era diverso.

"Avventura di una gracile creatura in balia del deserto."

Disse sottovoce la scura e solitaria figura stesa a terra. Restò poi a riflettere, in quell'ora della giornata, in quel momento di passaggio le cose gli sembravano sempre più chiare, peccato che di lì a poco sarebbero tornate di nuovo confuse e poco comprensibili. Pensò al fatto che aveva lasciato da poco l'ultima oasi, luogo tranquillo di ristoro e che probabilmente non avrebbe incontrato altro verde ed altre acque calme per un po'. Forse tutto questo nemmeno lo preoccupava però, avrebbe camminato ancora e trovato di nuovo o sarebbe morto nel tentativo. L'ipotesi non lo sconvolgeva affatto, la nera signora era un'essenza quieta e quasi sempre presente per chi viaggiava così a lungo attraverso mari di sabbia.. Potevi essere risucchiato da quei granelli mutevoli, o sepolto, o ricoperto, o soffocato, chiunque vivesse quello che lui stava vivendo lo sapeva. Si sarebbe morto magari..e poi rinato. La duna continuava a restituire il calore assorbito durante il giorno, mentre l'aria si stava facendo quasi gelida. Affascinante contrasto tra la sua schiena ed il suo viso. Sollevò le palpebre e finalmente la vide. Una falce sottile ma luminosa... un fuscio lo distolse. Il bambino si avvicinò, i suoi abiti scuri quasi lo nascosero completamente al suo sguardo.

"Ti sorprendo quando credi di essere solo vero?" gli domandò.
"No, non mi sorprendi mai e soprattutto non di notte.".
"La Luna brilla di luce intensa stasera, ma è così sottile..."
"Già... per ora il buio se n'è mangiata una grande parte ma tornerà ampia... prima o poi."
"Tutte le notti te ne stai fermo ad osservarla, cosa guardi?"
"Null'altro che lei.. e mi chiedo chi di noi due è più solo."


Il bambino sorrise, fece un cenno col dito nella sua direzione facendolo voltare e poi disse:

"Nel deserto chiunque si sente solo ma... vedi? Alla fine forse quasi mai nessuno lo è."

Il suo sguardo corse alla cima della duna lì accanto. Una minuscola figura era ferma nella luce della Luna, sembrava che li stesse osservando da lontano. Pensò che per una lucertola era una notevole impresa fare tutta quella strada sulla scivolosa sabbia solo in una parte della notte.

"Ha fatto un lungo viaggio per una creatura così fragile..e solo in una notte.."
"Ancora ti stupisci di questo?" Gli chiese il giovane nomade.
"No, non mi stupisco più di nulla, è che ho smesso di aspettarmele le cose..." replicò.
"Ed ora dopo aver visto sorgere la solitaria Luna come tutte le notti in questa terra ed in questo viaggio cosa intendi fare?"
"Amare, nient'altro, di più non riesco a fare."


Il piccolo sembrò soddisfatto della risposta e si voltò incamminandosi verso l'accampamento. Lui lo guardò allontanarsi per un po', poi prese le briglie di Chiarore e lo seguì lentamente. Prima di muoversi però lanciò un ultimo sguardo a quello che lo circondava...l'esile lucertola era ancora là.

Nell'aria suona..

Désert

"Oh mon amour, mon âme soeur
Je compte les jours je compte les heures
Je voudrais te dessiner dans un désert
Le désert de mon coeur

Oh mon amour, ton grain de voix
Fait mon bonheur à chaque pas
Laisse-moi te dessiner dans un désert
Le désert de mon coeur

Dans la nuit parfois, le nez à la fenêtre
Je t'attends et je sombre
Dans un désert, dans mon désert, voilà

Oh mon amour, mon coeur est lourd
Je compte les heures je compte les jours
Je voudrais te dessiner dans un désert
Le désert de mon coeur

Oh mon amour, je passe mon tour
J'ai déserté les alentours
Je te quitte, voilà c'est tout

Dans la nuit parfois, le nez à la fenêtre
J'attendais et je sombre
Jetez au vent mes tristes cendres, voilà..."

(E.Simon)

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musica, racconto





sabato, 29 gennaio 2005, ore 20:23

Nuova Luna

Le piccole mani scure affondavano lente nell'impasto, si muovevano sapienti e sinuose, amalgamando e premendo. La ragazza bionda uscì dalla tenda e per un po' restò ad osservare la giovane alchimista. Sorrise guardandola e si avvicinò leggera.

"Stai preparando miracoli?"

Gli occhi grandi e scuri si voltarono e la scrutarono a fondo, inclinò leggermente il capo e la trecciolina mora, che le raccoglieva alcune ciocche, le scivolò da dietro l'orecchio ondeggiando nel brillio delle minute pietre colorate che la decoravano.

“Hai bisogno di un miracolo Pelle Chiara?”


La ragazza osservò la sciamana mentre continuava il suo lavoro con decisione. S'interrogò anche lei...aveva bisogno o no di un miracolo? E se anche ne avesse bisogno...lo voleva?

“Riesci sempre a confondermi” - concluse.

“La confusione non la genero, la prendo all'amo e la faccio risalire in acque poco profonde.” - disse piano la piccola saggia.

Poi si alzò, fece un rapido giro intorno al campo e tornò con qualche fiorellino raccolto nelle vicinanze, si sedette di nuovo sulle ginocchia e cominciò a pestare i fiori in un recipiente di legno.

“Proprio non vuoi dirmi cosa stai facendo?” - le chiese la ragazza di nuovo.

La piccola le sorrise e fece un gesto indicandole di sedersi accanto a lei. Versò quello che aveva ottenuto dai fiori nel resto dell'impasto ed iniziò ad affondarci le mani di nuovo per renderlo omogeneo. Era notte e più lo maneggiava e più quella sostanza assumeva una strana luminescenza.

“Fiore di campo e acqua di fiume, farina che è vita e polvere di ciottolo, neve bianca e pioggia trasparente... ricorda Pelle Chiara le cose più semplici che ci portano alla Terra allo stesso modo ci elevano al cielo per poi condurci in un altro terreno, cambiano le prospettive di una realtà che resta, nella luce che la illumina, anche se poi ci sono giorni in cui la luce si nasconde...”

Pelle Chiara rimase muta a guardarla, rifletteva sulle sue parole e credeva di capire di cosa quella giovane creatura le stesse parlando. Notò in un secondo quanta bellezza il suo essere fanciulla eppure adulta racchiudeva e quanta ne esternava, così piccola e così perfetta.

“Come fosse una polvere di fata...sì ho capito...ma per accompagnare chi?”

“La tua curiosità e la tua impazienza saranno sempre cruccio e allo stesso modo delizia del tuo vivere mia cara occhi di laguna...”
- le disse l'altra sorridendo.

Il contrasto fra i denti candidi e la pelle scura si rese ancora più netto ed affascinante in quella notte che sembrava più buia del solito.

“Sai a volte mi dimentico chi sei...cosa rappresenti e vedo solo i tuoi dieci...o forse poco più, inverni...”

“Il mio aspetto come sai non conta...e nemmeno il tuo Pelle Chiara, conta il terreno che calpestiamo, le tracce che lasciamo, contano le creature che incontriamo, contano i loro occhi, i loro animi, conta il sentire ed il vivere, la Terra, l'Acqua, il Fuoco, il Vento e l'Amore...ricorda il quinto elemento senza cui gli altri perdono il loro senso...Nessun saggio si è mai soffermato sulla pelle o sulle mani, sui capelli o sulle labbra, sui colori o sulla razza...”

I capelli sciolti sulle spalle si mossero mentre si alzava, i minuti piedi nudi pestarono l'erba umida della notte, la treccia vorticò con lei mentre girava su se stessa, smise di parlare ed iniziò a cantare. La sua voce limpida si diffuse per il campo e le altre attività lentamente si arrestarono. Mentre Pelle Chiara la vedeva danzare e la sentiva cantare venne raggiunta da una figura ammantata di un abito nero come il cielo di quella sera, costellato però di piccole stelle e di ricami di farfalle. Notte Inquieta una volta vicino le disse: “La odi? Parla di un Amore sofferto e di un legame spezzato, di un volere egoista e di una luce benevola..prepara la sua Terra a ricevere il frutto del suo lavoro di stanotte, così che poi essa possa bearsi nel chiarore al sorgere della Madre...la vera Madre...ma non la nostra...la tua.”

“Sorelle di madri diverse, è forse questo quello che siamo?”


Occhi Scuri finì il suo canto, raccolse la ciotola e chiuse il pugno sull'impasto che era oramai divenuto polvere, s'incamminò sulla collina e con un movimento deciso e roteante la lanciò in aria, la luminescenza si diffuse, la Terra sembrò scintillare, la Notte si fece più chiara...all'orizzonte sorse la Luna.

“Che come seme la pioggia, la neve, il fiore, la farina ed il sasso ti accompagnino Terra genitrice, che la Notte ti assista e sia tua sorella, che la Luna ti dia luce e che tu la accolga e noi da voi generate canteremo, la vita proseguirà dopo l'inverno, la luce torna dopo il buio...”


La piccola tornò dalla collina e sembrava stanca, si distese e poggiò la testa sulle ginocchia di Pelle Chiara che la stava aspettando serena.

“Dormi, mia cara, riposa tranquilla, i nuovi spazi, i nuovi inizi sono sempre ricchi di gioia ma densi di fatica.”

Notte Inquieta si allontanò per poco, tornò con della legna ed attizzò il fuoco, si sedette accanto a loro e le osservò silenziosa leggendo sui loro volti quello che comunque le parole non sarebbero state capaci di dire, al suo viso pallido le fiamme davano una sfumatura più calda e nei suoi occhi neri si riflettevano guizzanti.

Dopo un po' e quando la piccola già si trovava avvolta nel sonno tra le braccia dell'altra, sommessa disse: “La Terra, la Notte, la Luna sono solo degli specchi, tu ti fai culla ora come a suo tempo per te qualcuno lo fece, il mio animo concepisce quesiti notturni che forse non hanno bisogno di risposte, l'unica cosa che dovremo fare forse sarà non dimenticare.”

Pelle Chiara sorrise e alzò gli occhi verso quella Luna levata da poco, così simile eppure così diversa da quella del giorno precedente.

“Non dimenticherò.”


Le note nell'aria..

Figlio della Luna

Per chi non fraintenda
narra la leggenda
di quella gitana
che pregò la Luna
bianca ed alta nel ciel,
mentre sorrideva
lei la supplicava
«Fa che torni da me»
«Tu riavrai quell'uomo,
pelle scura,
con il suo perdono
donna impura
però in cambio voglio
che il tuo primo figlio
venga a stare con me.»
Chi suo figlio immola
per non stare sola
non è degna di un re.

Luna adesso sei madre
ma chi fece di te
una donna non c'è
dimmi luna d'argento
come lo cullerai
se le braccia non hai..


Figlio della luna..

Nacque a primavera
un bambino
da quel padre scuro,
come il fumo
con la pelle chiara
gli occhi di laguna
come un figlio di luna.
«Questo è un tradimento
lui non è mio figlio
ed io no, non lo voglio»

Luna adesso sei madre
ma chi fece di te
una donna non c'è
dimmi luna d'argento
come lo cullerai
se le braccia non hai..


Figlio della luna..

II gitano folle
di dolore
colto proprio al centro
dell'onore
l'afferrò gridando
la baciò piangendo
poi la lama affondò,
corse sopra al monte
col bambino in braccio
e lì lo abbandonò.

Luna adesso sei madre
ma chi fece di te
una donna non c'è
dimmi luna d'argento
come lo cullerai
se le braccia non hai..


Figlio della luna..

Se la luna piena
poi diviene
è perché il bambino
dorme bene
ma se sta piangendo
lei se lo trastulla
cala e poi si fa culla..
Ma se sta piangendo
lei se lo trastulla
cala e poi si fa culla.....”

(Mecano)

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