giovedì, 26 aprile 2007, ore 20:01

Ramingo

L'enorme mostro di metallo nero l'aveva quasi investito. La pioggia si era da poco trasformata in una sorta di nebbiolina sospesa e lui stava per andarsene da dove si era rifugiato quando l'auto aveva sbandato sulla strada bagnata, era finita contro i cassonetti e di seguito contro il muro. Aveva lasciato il proprietario lì, senza nemmeno provare a farsi notare, del resto era impegnato ad imprecare contro chissà cosa e non l'aveva nemmeno visto quando aveva rischiato di schiacciarlo. Gli andava benissimo così, meglio lasciare le cose come stavano, inoltre la notte, secondo lui, non era fatta per le urla.
Che poi non aveva mai capito perché la gente andasse sempre tanto di fretta, né aveva mai compreso perché amasse tanto le automobili, odiose e puzzolenti. Il mondo andava visto in un altro modo, il mondo non poteva essere osservato da un finestrino.
La strada sembrava vuota, sicura, ma aveva imparato sin da giovane che quel che sembrava non era affidabile quindi deviò il suo percorso, evitando le pozzanghere, e s'incamminò verso la periferia del borgo passando per vicoli. Da qualche finestra fuoriusciva ancora la luce, la luce artificiale della vita comoda. Tempo fa lui aveva scelto una luce differente, quella che sgorga naturalmente fra le nuvole, quella che avvolge in raggi di calore e che scalda la pelle. Diverso. Ecco cos'era. Non era stato costretto, non si era trovato in questa situazione per via di imperscrutabili e casuali eventi, quella strada lui se l'era scelta e anche più di una volta. Era scappato un giorno da una finestra come quelle che ogni tanto, di sera, fissava con uno sguardo ed un animo un po' malinconico, aveva scelto la finestra perché dalla porta principale non era voluto passare, se ne era andato da un'uscita laterale, secondaria, dove gli occhi degli altri si posavano più raramente. Se n'era andato senza preavviso e senza che nessuno sospettasse in anticipo la sua decisione. Talvolta però quello che aveva lasciato tornava a farsi sentire, s'incarnava in un suono, in un odore, in un refolo di vento che lo scompigliava leggermente e che gli faceva pensare ad una carezza. In quei momenti si sentiva sciocco e tornava sui suoi passi, si lasciava vedere, si assicurava che lei stesse bene ma poi la strada lo chiamava di nuovo e quindi si allontanava, anche se sapeva che non sarebbe stato poi lontano tanto a lungo. Era una cosa facile da prevedere e forse facile anche da capire, in mezzo a tante altre di cui ancora non si dava una spiegazione. Era una questione di amore, perché l'amore, quello vero, non si disperde come polline nella brezza o come neve al Sole, ti resta attaccato addosso e ti impedisce di essere davvero egoista, anche se lo vorresti. Giunto, quasi, ai prati che circondavano il piccolo centro, si guardò indietro e vide una luce di rara bellezza illuminare la stradina che aveva appena percorso. Il lastricato brillava ancora umido per la pioggia e la Luna vi si specchiava vanitosa. Si voltò di nuovo, con ancora quella visione negli occhi ma senza più esitare. Finalmente - si disse - l'erba sotto i miei passi. 
Dopo quel fugace attimo titubante rivolse tutto il suo pensiero alla ricerca di un luogo dove ripulirsi, sperò di riuscire a trovare un posto asciutto ché non aveva mai sopportato di bagnarsi le zampe.



Photo ©  IlPhersu - Blog

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Precedenti impronte

Tracce di una storia che cammina sulle agili zampe di un gatto chiamato Destino.

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racconto





martedì, 19 dicembre 2006, ore 05:06

Sangue Misto

"Sono stanca!"
Lo affrontò gridando anche se nessuno lo affrontava mai così. Sbatté il libro sul tavolo e quello perse addirittura dei pezzi, tanto era vecchio, oltre al fatto che, naturalmente, sollevò una nuvola di polvere.
"Ammuffirò qua o mi tarlerò come questo libro e la sua copertina di legno!"
Era sempre più adirata e la cosa si vedeva chiaramente. Iniziò a passeggiare nervosamente su e giù per la biblioteca. Lui la osservò accigliato: era alta per la sua età ma questo non lo stupiva, più che altro lo stupiva che avesse ereditato i capelli biondi di sua madre, ma stavano cambiando tonalità ultimamente. Non disse nulla e la lasciò sbraitare.
"Questa stanza è la quintessenza della noia e del vecchiume, non la sopporto più! Chissà come farai a startene chiuso qua con il cielo di oggi. Ti sei rammollito ecco cosa hai fatto, ti sei rammollito!"
Lui non diede cenno d'aver sentito ma il rumore sinistro delle sue mascelle che si stringevano facendo stridere i denti si udì distintamente. Lei non parve farci caso.
"Se solo non fossi così tanto più grosso di me ti darei un bel calcio nel sedere e me ne andrei via di qui di corsa!" Chiosò incrociando le braccia e dipingendosi sul volto un'espressione di assoluto risentimento.
Lui mosse la sua mole con attenzione tra i vetri e gli alambicchi che usava per i suoi esperimenti mentre lei studiava. Le si avvicinò piano e si abbassò fino al suo orecchio. Sussurrò: "Siediti".
Senza urgenza, senza fretta, senza minaccia alcuna. Lei mestamente tornò alla seggiola che aveva appena lasciato e si sedette.
Quella sola parola pareva averla mutata a più miti proponimenti tutto d'un colpo ma più probabilmente era stato il tono.
"No, davvero, Drac sono stanchissima. Siamo qua da stamani e sono già le dodicesime mezze ore, non parlo con nessuno da giorni, se escludiamo te, e sono stufa del cibo che ci mandano: sembra che in questa rocca ci siano solo patate e zucche!"
Cercò di muoverlo a compassione guardandolo negli occhi, facendo una smorfia di disappunto ed emettendo un piccolo lamento. Nessun risultato. "Lo so..."  - disse lei anticipandolo - "...devo solo finire questo volume..." cantilenò la parola "solo" cercando di fargli capire che era impresa improba oramai. Nessun risultato. "Sto perdendo gli allenamenti con la spada!" Provò una tattica basata sul senso di colpa. "Io non sono come te, non ho la tua forza né la tua stazza...io la devo saper usare bene la spada!" Nessun risultato, lui rimaneva immobile a guardarla quasi sorridendo. Dopo una lunga pausa in cui entrambi si sfidarono nel silenzio l'aria fu smossa dalle parole di Drac. Le pronunciò praticamente sottovoce.
"Se finisci il libro ti prometto una cavalcata memorabile poi, arriveremo alla Gola Di Spine". Gli occhi le brillarono. Era testarda però e ribatté piccata: "E che me ne faccio della Gola, l'avrò vista decine di volte...almeno a Passo Celere mi dovresti portare..." disse come fosse una meta casuale...la prima che le fosse venuta in mente oltre la Gola.
"Passo Celere è a tre sequenze dalla Gola". precisò Drac quasi sghignazzando.
"Ahhhhhh ma per un cavaliere normale, non per noi, scusa ma cosa vuoi che siano sei cicli?" insistette.
"Effettivamente il nostro ritmo è leggermente più spedito del normale...va bene ti porterò al valico se finisci". Accettò alla fine Drac.
"Benissimo!" - esclamò lei - "Finirò prima di sera!"
"Non fare le cose con troppa rapidità Aleteia" - la ammonì lui - "ricorda le tue promesse". E con ciò si considerò la discussione chiusa.
Passarono intere mezze ore in cui lei non staccò lo sguardo dal libro, la luce rossastra della Stella Discendente si spense del tutto e poi sfumò anche quella gialla della Stella Risalente.
"E' tempo di riposare Aleteia"  - disse Drac sistemando le sue cose. Lei non gli rispose subito ma poi con aria un po' avvilita replicò: "Tanto lo sapevo che non avrei mai finito oggi, ero stremata già prima...chissà come avrei potuto cavalcare..."  - allungò le braccia e stirò la schiena, lui notò che non avrebbe potuto proteggerla ancora a lungo dagli sguardi del mondo.
Improvvisamente lei proruppe in una lunga risata: "Non preoccuparti Drac, quando ti preoccupi riesco a seguire il filo dei tuoi pensieri, li vedo chiari in quelle tue strane iridi dorate in cui specchio le mie, non preoccuparti, ti dico, perchè i ragazzi non oserebbero mai pensare a me in certi termini, scappano quando mi vedono, entro cinque minuti dalla mia comparsa nel cortile sono tutti spariti, rimane solo il vecchio Klug con la sua spada sbeccata che ghigna e spera di mandarmi col sedere per terra".
Drac si guardò bene a quel punto dal dirle che ce n'era uno che non scappava affatto ma che la osservava combattere da una delle torri, trasalendo ad ogni colpo che riceveva, non erano cose da dire in quel momento, non era tempo ancora. Aleteia gli si avvicinò lentamente, si appoggiò a lui posando la testa alla base del suo collo, le palpebre già le si chiudevano e mormorò addormentandosi: "Non ho fame sai Drac...mangerò domani prima di partire per la gita". Per qualche minuto non si mossero e poi lei si svegliò quasi di soprassalto, come per un brutto sogno. "Troverò qualcuno per me Drac?" - chiese mentre il sonno la riagguantava - "E tu mi lascerai mai sola?"
Gli occhi le si chiusero di nuovo e Drac sorrise, mormorando disse: "No che non ti lascerò mai figlia mia, non finché il mio cuore batterà e il fuoco mi brucerà dentro e sì che la troverai figlia mia, sì che troverai la tua anima..." La tenne stretta e la cullò per una mezza ora, la teneva ancora vicina a sé quando lei si destò di nuovo. "Padre..." disse Aleteia sommessamente "...mi regaleresti una ninna nanna come facevi quando ero un giovane giunco?"
Drac annuì adagio e dopo pochi minuti il canto del drago e la sua voce profonda echeggiarono in tutta la valle.





ps: un racconto...o meglio un goffo tentativo da imputarsi alla foga con cui sto leggendo tanto fantasy ultimamente...Grazie dunque per l'incentivo a far lavorare la fantasia alle splendide narrazioni di MacDonald, Tolkien e Martin..e grazie anche all'entusiasmo del giovane Paolini.
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racconto





giovedì, 26 ottobre 2006, ore 15:50

Metamorfosi

Erano giorni che si sentiva stanca, tremendamente stanca, si avvicinava il suo compleanno e non aveva nessuna voglia di festeggiare. Aveva il cuore pesante, ogni volta che si vedeva riflessa vedeva solo le rughe lasciate dal passaggio dei propri dolori. Erano ruscelli e fiumi che attingevano ad una fonte che non si estingueva. Non si piaceva. Era semplice, non c'era nulla di complicato; se osservava se stessa dall'esterno, con gli occhi di sconosciuta, non si piaceva e non si vedeva tutto l'amore che la circondava, quello che riceveva, quello che dava. Quell'amore così vero e bello si vedeva forse sulla pelle? Si vedeva forse nelle linee morbide del corpo? Rinunciava allo specchio sempre più spesso perché si sentiva bella oltre lo specchio e oltre lo specchio era un luogo in cui pochissimi giungevano, pochissimi avevano la capacità di farlo e così la sera dispiaciuta si infilava nel letto.

Passavano i giorni, certi gesti erano una routine che in parte la rassicurava ma ogni tanto incontrava quegli sguardi e allora di nuovo si intristiva: gli sguardi sconosciuti, quelli che scivolano sull'apparenza, lisci come fossero bene oliati, come fosse una piacevole e buona abitudine quella di esser convinti di sapere tutto di qualcuno avendo colto solo qualche brandello di quello che è. I movimenti, qualche parola e quegli sguardi credevano di sapere cosa c'era realmente dietro...sciocchi, solo sciocchi eppure la ferivano eppure la costringevano a cambiare sentiero. A volte desiderava solo la vendetta, servita tanto fredda da congelare e una risata in faccia, sì avrebbe voluto una risata in faccia.

...A broken dream haunting in your sleep
And hiding in your smile a secret you must keep
Love cuts you deep

Love breaks the wings of a butterfly on a wheel
Love breaks the wings of a butterfly on a wheel...


In una notte come tante altre tornava a casa con i soliti tormenti nell'animo e le note del creato nelle orecchie, sentiva cantare gli alberi e le stelle, sentiva il mormorio delle foglie, vedeva sfrecciargli davanti le lucciole e si scoprì il desiderio di volare, poi un pensiero la colpì come un morso, come se denti pungenti e zanne le affondassero nella carne, si rese conto che era bellissima. Non importava quello che gli altri credevano, non importava nulla perchè lei sapeva parlare agli insetti, sapeva stare ore ad osservare la linfa scorrere, sapeva cosa volesse dire assaggiare l'alba in una goccia di rugiada. Sorrise, il mondo non la spaventava più, si rannicchiò sotto le coperte con l'animo quasi sereno, pensava che quella convinzione forse non sarebbe durata, pensava ancora al regolamento dei suoi conti ma era tutto diverso quella notte, le coperte sembrarono stringerla forte, sembrarono quasi soffocarla ma lei non era preoccupata, si addormentò col sorriso, sorriso che era restato sul suo viso anche al pensiero che forse avrebbe dormito per mille anni, perché era una sorriso che andava al di là del tempo, un sorriso che racchiudeva una vita in un secondo.

Aveva creduto che non si sarebbe mai svegliata eppure venne fuori dal bozzolo del suo letto, a fatica ma sveglia. Gli occhi gonfi le sembrarono stranamente enormi appena alzata, distese le gambe e si ritrovò a ricordare la sensazione provata prima di cedere al sonno, per la prima volta dopo tanto tempo si diresse decisa verso la sua immagine e provò un attimo di sospensione eterna. Non era solo una sensazione si disse guardandosi incredula, era stupenda, faceva quasi paura, era piena di colori, era viva come non mai, ubriacava di luce. Una risata le gorgogliò in gola, ma non era la risata beffarda che aveva desiderato in quegli anni...o erano giorni? O forse ore? Comunque era diversa, era divertita, era tintinnante...ora poteva volare, senza limiti e senza remore, non voleva più far cadere giù nella sua tana nessuno, forse ora non avrebbe più nemmeno potuto, ora poteva solo lasciarsi trasportare leggera dalle correnti e seguirne il profumo, ignara e incurante del freddo o del tempo. Finalmente si vedeva come era, gli occhi lucenti, il sorriso gioioso e le ali spiegate, non voleva più il perdono di nessuno, non voleva più le scuse di nessuno, aveva il cielo ad attenderla e voleva solo volare.

...And I could only watch as the wind crushed your wings
Broken and torn crushed like the flower under the snow
And like the flower in spring
Love will rise again to heal your wings

Love heals the wings of a butterfly on a wheel
Love will heal the wings of a butterfly on a wheel...


Corsivi : The Mission - Butterfly On A Wheel

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musica, racconto





lunedì, 28 agosto 2006, ore 20:57

Visioni

Le note che accompagnavano il suo meditare la distraevano dalla penna che teneva fra le dita. Non che ultimamente la penna le fosse stata poi molto amica, al contrario, tra le altre questioni da tempo rimandava la stesura di una lettera importante, non le sembrava mai di essere in grado di caricare con l'inchiostro giusto la stilografica ed iniziare a tracciare segni, nononstante il forte desiderio non si sentiva mai in grado di raggiungere veramente la persona che avrebbe letto. Era un periodo così e non c'entrava il mare nè la distanza. Fece un movimento ed alzò il volume della musica. Il foglio rimase bianco...ma in compenso decine e decine di visioni le si affollarono nella mente.
"Come posso?"
si chiese mormorando. "Come posso?".
Posò la penna mentre la chitarra veniva pizzicata con rara maestria, distese le mani, le contrasse e riaprì più volte e poi riafferrò con risolutezza quello che era divenuto oramai quasi uno strumento di tortura per lei, la seguiva ovunque, ché senza non riusciva a stare, eppure non si degnava di parlarle da troppo tempo, come fosse telepatica le insinuava il dubbio che le parole le fossero sfuggite per sempre, era una nenia che si ripeteva, sebbene leggera era subdola e non lasciava la sua presa. Decise che probabilmente doveva provare a scrivere qualsiasi cosa, decise che se non cominciava ora probabilmente non avrebbe più scritto una riga, decise che per ritrovare quella fonte di storie e parole che prima scorreva libera e spontanea probabilmente ora doveva scavare un po'...decise di iniziare. Dopo poco si accorse che parecchie cose le facevano alzare gli occhi dal foglio, era strano visto che normalmente niente influiva durante i percorsi della sua penna, una volta iniziato, seppur per traiettorie insensate, sempre proseguiva imperterrita ed incurante del mondo. Molti diversivi ora la fermavano, troppi. Di nuovo alzò gli occhi, le nuvole si muovevano placide e di nuovo fu invasa mille fotogrammi.
Nubi di panna montata, acque fresche di sorgente, gole, precipizi e monti, sabbia di mare dipinta dalle dita, valli piene di ulivi e azzurro intenso.
In uno scatto gettò a terra penna e blocco, li guardò giacere innocenti ai suoi piedi e si pentì immediatamente dell'ira poco trattenuta e del suo gesto. Che colpa avevano del resto quei poveri strumenti se la mettevano di fronte alla sua attuale incapacità...
Li raccolse e coprì con un tratto le poche parole scritte. Chiuse gli occhi e capì che era il tempo delle visioni quello. Era il tempo dello scintillio degli occhi e delle prospettive degli sguardi, forse qualche melodia poteva incastrarsi tra gli scorci, di sicuro si potevano inspirare aromi, ma le parole no, le parole non avevano spazio, quello non era il tempo delle parole. Ancora immersa nelle sue riflessioni non si accorse che qualcun'altro era entrato nella stanza oltre al Sole ed al suo gatto.
"Io esco...tu che vuoi fare? Resti a scrivere?" chiese lui dolcemente.
"Non ci penso nemmeno..." gli rispose lei "...ancora qualche minuto davanti a questo foglio bianco e mi si candeggia il cervello...piuttosto lasciami due secondi per mettermi qualcosa di comodo e fuggiamo in montagna...per tutto il giorno!"
"E Destino?" domandò lui osservando il gatto steso a terra che già aveva il tipico sguardo d'accusa che adottava quando capiva che stavano uscendo.
"Gli ho lasciato poco fa da bere e i croccantini...in più la finestra è aperta, se vuole andare può farlo in qualsiasi momento. Starà benissimo." gli gridò dal bagno.
"Penna e blocco li lasci qui?" insistette come per trattenerla.
"Sì, sì...Lasciali e...prendi la fotocamera." replicò lei già dal pianerottolo. Lui sorrise e con lo sguardo trovò quello che cercava, lo prese e si girò verso la porta. Destino era lì seduto  che si stiracchiava. Dopo essersi scambiati uno sguardo il felino andò a sdraiarsi sui fogli che erano rimasti sulla scrivania.
"Fai con comodo." gli raccomandò facendogli l'occhiolino "Ho idea che staremo fuori a lungo."
Il gatto sospirò con condiscendenza e il ragazzo si affrettò giù per le scale all'inseguimento del profumo dei capelli di lei.
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lunedì, 19 giugno 2006, ore 15:46

Evoluzioni

Sulle note del Chiaro Di Luna - Claude Debussy
(da Suite Bergamasque)

L'aria umida del lago saliva sino alla collina sulla quale se ne stava adagiata la casa. Per il pianoforte non è l'ideale, si disse mentre spalancava le ante della vetrata che dava sulla valle. Rimase a guardare la Luna un attimo e fece spallucce, quella sera era impossibile tenere chiuso, l'aria condizionata le dava il mal di testa e la luce era troppo avvolgente per non lasciarla entrare. Sperava che la lasciassero in pace, sperava che tutti sparissero, sperava che se solo avessero provato ad avvicinarsi si rendessero conto di quel che stava urlando anche tacendo...o suonando. Si sedette al vecchio sgabello col velluto verde che aveva trovato davanti al pianoforte di suo zio parecchi anni prima. Non aveva mai voluto cambiarlo, certo d'estate era scomodo ma non osava toglierlo da lì, tanto meno da quando suo zio se n'era andato. Erano giorni che si chiedeva quando avrebbe di nuovo poggiato le dita fra il bianco e il nero, quando avrebbe di nuovo sentito la corrente impetuosa dei tasti che trascinano i movimenti, quando si fosse decisa a riprendere e perfezionare quel brano. Stese le mani di fronte a lei, sospese sulla tastiera e le guardò a lungo, non sembravano nemmeno le sue, il suo sguardo mise a fuoco lo stumento che aspettava sotto di loro e sentì un battito sfuggirle. Si alzò, spense la luce e tornò allo sgabello. Le prime note risuonarono, non se ne accorse ma anche la Luna ebbe un sussulto, l'aria iniziò a muoversi lentamente, le fronde a stormire, l'acqua del lago ad agitarsi un poco. Danzava il lago, ballavano le piccole increspature sulla superficie, gli insetti frenetici si dimenavano in tutta la valle dove il lago solitamente giaceva calmo, tutto cresceva e cambiava, la musica attraeva il cosmo che arrendevole la seguiva, i pesci si sporgevano cercando di afferrare quello che poteva essere un buon pasto, le mani non le appartenevano più, si sollevavano e si abbassavano piene di una vita che senza quelle note le era sconosciuta. Incalzante, intensa, docilmente poi si placava quella trasfigurazione, gli alberi continuavano a chiacchierare sottovoce e il lago continuava a fremere...
Sentì un rumore alle sue spalle, nemmeno tanto improvviso in fondo, sapeva che non l'avrebbero lasciata in pace, sapeva che non avrebbero capito.
Le sue mani s'immobilizzarono.
"Non fermarti per me." disse la voce alle sue spalle.
"Non mi fermo per te. Credo mi abbia appena punto una zanzara." gli rispose tranquillamente massaggiandosi il braccio destro.
"Sembri conoscere il segreto di queste note...lo sai che hanno un segreto vero? Un segreto custodito gelosamente."
"Ti riferisci all'ipotesi che Debussy sia stato un Gran Maestro?" chiese lei sorridendo e iniziando di nuovo a suonare.
"Sì, in un certo senso sì, mi riferivo a quello..."
"Non mi importa sai, fosse stato un compare di Gonzaga, di Newton o di Da Vinci cambierebbe forse questo la sua musica?"
"Non so...non credi che il mistero sia un elemento caratterizzante?"
La musica si interruppe bruscamente, note stridule scaturirono dallo strumento che un attimo prima diffondeva dolcezze, le mani di lei si erano abbassate con violenza sui tasti.
"Smettila..." gli disse "Che sciocchezze vai dicendo..." i suoi occhi fiammeggivano ora "Il mistero? Che ipocrisia la tua. E' l'essenza che importa."
"Non stai più parlando di Debussy." le rispose lui.
"E tu..." ribattè lei di nuovo calma "...non l'hai mai fatto."
Lui si allontanò lentamente, raccolse la borsa che aveva lasciato cadere all'ingresso della stanza, rivolse uno sguardo alla Luna che si rifletteva vanitosa sul lago e trattenne il fiato. Poi adagio tornò indietro, la raggiunse senza fretta, le baciò delicatamente la spalla sinistra coperta solo da un leggero strato di raso. Lei non reagì e così lui proseguì per la sua strada, passo dopo passo verso l'uscita, giunto all'ultimo scalino udì di nuovo il Chiaro Di Luna diffondersi per tutta la casa e da lì per tutta la valle, sino ai monti. Sorrise e pensò che probabilmente lei credeva che nel fragore del suono, nella magnificenza di quella melodia nessuno l'avrebbe udita piangere. Si rese conto in un attimo poi che era perfetto, che mai l'aveva sentita suonare così, che c'era riuscita, aveva preso quel brano e l'aveva stretto fra le dita, ne aveva carpito il segreto, l'aveva afferrato finalmente, vissuto. Forse era un bene che fosse successo solo in quel momento, forse così nessuno avrebbe sentito piangere nemmeno lui.


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giovedì, 18 maggio 2006, ore 22:01

Quédate Luna

Il tavolo era scheggiato, liso dalle intemperie, dal sale e dagli avventori, rigato, segnato. Scritte varie e graffiti lo adornavano, di certo avrebbe avuto bisogno di una riverniciata. L'aria salmastra gli aveva donato un odore particolare, si chiese se la polena di un vecchio vascello profumasse alla stessa maniera. La cameriera girava fra i tavoli con l'aria annoiata, l'oceano mormorava sommesso quella notte. Un rum pensò ma non lo chiese ancora, aspettava. La ragazza gli lanciò l'ennesimo sguardo interrogativo, le rispose con un sorriso sbieco e alzò le spalle. Lei si mosse verso di lui, qualche passo e gli fu vicino, lui percepì la fragranza dolce della sua pelle, si era legata i capelli dopo averli lavati ma qualche ciocca ancora umida era sfuggita alla costrizione e le incorniciava il volto. Faceva caldo però, inoltre un vento tiepido e leggero soffiava lievemente quella notte, presto la chioma bruna sarebbe stata completamente asciutta.
"Per quanto tempo ancora intendi aspettare?
Pensi davvero che prima o poi lei verrà?"
"Ne sono sicuro."
le disse sussurrando.
"Rum?"
"Più tardi."
Era una notte chiara, alcuni bambini ancora giocavano sulla spiaggia, la porta delimitata da due palme e la sabbia tra le dita dei piccoli piedi nudi mentre correvano dietro al pallone. Avrebbe dato qualunque cosa per tornare a quell'età, poter infischiarsene del resto del mondo e preoccuparsi solo di correre dietro ad un pallone, avrebbe dato qualsiasi cosa anche per sentire una certa voce. Non per udirla parlare però, magari cantare, accompagnata dalla chitarra che lo seguiva fedele, quasi fosse un cane. Se ne stava appoggiata a quel tavolo mezzo dipinto di azzurro, aspettando anche lei. Erano giocose pure le nuvole che si muovevano nella brezza, d'improvviso la notte divenne così luminosa che si chiese se non fosse stata invasa dal giorno. Alzò lo sguardo e la Luna del tutto svelata invase la sua anima, lo avvolse come fosse seta, allora la vide mutare, vide quella luce limpida scendere e avvicinarlo. Sorrise quasi incantato, prese la chitarra che giaceva a lato. Le note si diffusero piano, una filastrocca gli salì alle labbra. Non sentì il rumore della tenda del chiosco che veniva scostata, non vide il vassoio col rum posarsi sul tavolo ma sentì le maracas accompagnarlo dopo qualche tempo. I pochi altri clienti del bar sulla spiaggia sembrarono gradire l'intermezzo e qualcuno si mise anche a batter le mani. Si sentiva bene, si sentiva vivo e sapeva che probabilmente la sua Luna sarebbe sparita alla fine della canzone, sapeva che probabilmente non sarebbe restata dopo tanto aspettare ma non importava. La sua pelle veniva sfiorata dal vento e le stelle lo stavano a guardare, la notte era sua, il mondo della sua Luna.

Yo no he tomado
Pero me voy a tomar un traguito ahora
Y se que lo que mas espero
Lo mas que se me enamora
Tres, siete, diez Ya no me ves
Pero si alvez Te digo tu nombre
Ya saberas quien es Soy el perro a tus pies
Que te muerde la costilla
Y las estrellas brillan y la luna se sienta en su silla

¿Qué tomas Lunita y porqué estas tan amarilla?
Bueno, ya estoy cansada y mis hijas ya me dicen viejita
Mi pelo esta seco y mi piel ya no brilla
Pero el mundo es tuyo, pero esta noche eres mía

Así que
Quédate, quédate Luna Quédate, quédate Luna
Quédate, quédate Luna Quédate, quédate Luna
Mira a Dios en el aire, mira a Dios en el mar
Yo te doy toda mi vida para oírte cantar
Oye a Dios en el viento, prueba a Dios en la miel
Dios vive afuera y adentro también
Así que
Dímelo, dímelo Luna Dímelo, dímelo Luna
Dímelo, dímelo Luna Dímelo, dímelo Luna
Dímelo, dímelo Luna Dímelo, dímelo Luna
Dímelo, dímelo Luna Dímelo, dímelo Luna
Yo no he tomado
Pero me voy a tomar un traguito ahora
Y se que lo que mas espero
Lo mas que se me enamora...

Adagio la musica si disperse e lui posò di nuovo la chitarra a terra.
"Mariposa, mia cara, ora potresti portarmi quel rum." Disse quasi sottovoce.
"Lo hai già il tuo rum, non te ne sei accorto?"
Senza fretta si voltò verso la voce che gli aveva risposto e verso la figura vestita di bianco che era appena sopraggiunta.
"Mariposa è una ragazza in gamba, riesce a capirle al volo le cose..." le rispose.
"Non mi hai aspettato, avrei voluto cantare questa notte."
"Ti sbagli, tu c'eri...e la prossima notte se lo vorrai mi troverai qua...ad aspettare ancora."
Si alzò, concesse al suo sguardo di scivolare sui biondi capelli di lei, bevve il suo rum e si avviò verso la spiaggia.
"A domani Lunita..." gli sentì dire mentre si allontanava.

(Il testo della canzone è di Devendra Banhart)
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sabato, 08 ottobre 2005, ore 15:26

Occhi nel Buio


E poi...


Si aggirava guardingo, occhi attenti ed orecchie tese, faceva piccoli passi quasi esitanti, annusava l'aria. Erano giorni e giorni che l'atmosfera aveva uno strano odore, un odore che lasciava un sapore amaro in bocca. Era giunto il tempo di muoversi, scansò le pozzanghere putride che costellavano la stradina e si allontanò lentamente.

Aveva fatto enormemente tardi, camminava svelta, l'eco dei suoi tacchi rimbombava per il vicolo, portava un vassoio di pizza perché quella sera non aveva nessuna voglia di cucinare, canticchiava una di quelle canzoni che sono già stonatissime all'origine ed ogni tanto la intervallava mormorando il ritmo delle percussioni. Avrebbe voluto trovarsi al mare, il mare di notte l'aveva sempre calmata. Tranquillizzata. Aveva il potere di lavarle via le angoscie, a volte lo faceva anche solo il pensiero di trovarsi circondata d'acqua ma quella sera niente pareva facesse effetto. Accellerò il passo, ma non aveva paura, difficilmente le capitava di avere paura di notte, scioccamente si sentiva avvolta e protetta nel buio, prima o poi le sarebbe successo qualcosa di spiacevole ed allora le cose sarebbero cambiate ma per ora non era successo nulla e lei nella notte ci camminava serenamente. Infondo le cose spaventose le aveva sempre viste e vissute al chiuso: in un ospedale, in un locale, in una casa...nella propria casa. Le stelle non le incutevano timore. Improvvisamente però sentì un rumore che la fece sussultare, urtò con il fianco un bidone e quasi perse la presa sulla sua cena. Si guardò intorno curiosa, quel tratto di strada era piuttosto scuro, la luce del lampione alla fine del vicolo non riusciva a raggiungere la zona in cui si trovava. Dopo poco le sembrò di scorgere qualcosa.

La ragazza gli si stava avvicinando con aria disinvolta, si nascose dietro ad uno di quegli strani orrendi oggetti che raccoglievano la spazzatura anche se malamente riusciva a sopportarne l'odore. Non era di certo il posto per lui quello. In realtà non sapeva quale era il suo posto ma sapeva che quello non lo era. Poi lo stupore, la osservò nell'oscurità, del resto aveva bisogno di poca luce per vedere le cose, e concluse che la conosceva. La conosceva bene. Guardò avvicinarsi la sua compagna di un tempo e si chiese se stesse bene, se incontrarsi di nuovo dovesse avere un seguito, se poteva davvero essere possibile che proprio a lui capitasse uno scherzo del Destino. Istintivamente indietreggiò cercando di non farsi vedere ma urtò contro qualcosa di indefinito ed il rumore la allarmò.

Lei si piegò sulle ginocchia, il luccichio degli occhi non era umano e nulla che non era umano poteva farle male decise. Improvvisamente rimase incatenata a quegli occhi, verdi come i suoi.
"Non puoi essere tu." sussurrò.
Il gatto chiuse gli occhi lentamente e poi li riaprì come ad obbedire anche lui ad una sorta di incredulità visiva. E poi in un frusciare di movimento felino sparì. Lei restò attonita per qualche minuto. Era stato come vedere uno spirito, qualcosa di indefinibile che però lei per anni aveva accarezzato ed abbracciato, qualcosa che aveva consolato la sua mente e il suo animo. L'indefinibile essenza che tempo fa l'aveva abbandonata. Aveva smesso oramai di interrogarsi sui perché, forse aveva smesso di crederci e basta. Da quando se n'era andato.
"No." disse. "Non poteva essere lui."
S'incamminò di nuovo verso casa, con meno risolutezza ma decisa a lasciare in fretta quel vicolo scuro.

Lui la guardò allontanarsi col desiderio di seguirla ancora ma era più smarrito di lei infondo. Erano davvero loro? Si erano davvero riconosciuti o era stata solo un'impressione? Rifletteva mentre si puliva il muso con la zampa. Aveva il puzzo del vicolo addosso e non lo tollerava, ricordò la poltrona sulla quale s'addormentava la sera e la scrivania coperta di fogli davanti alla finestra e ricordò il profumo di quella casa. Ma poi si allontanò nella direzione opposta, appena trovata una nuova via d'essere probabilmente sarebbe tornato. Sempre che riuscissero a sopravvivere entrambi al mutare.

 

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racconto





giovedì, 07 luglio 2005, ore 02:25

Curiosità felina

Erano giorni che quel gatto gironzolava intorno alla sua casa. Non sembrava randagio ma comunque si muoveva perfettamente padrone di quell'ambiente esterno. Con eleganza, quella che solo i gatti sanno dimostrare. Aveva gli occhi verdi. Verdi e misteriosi, sembravano gli occhi di una persona anziana, avevano quell'espressione tipica di chi ha visto molte cose ma non ha nessuna intenzione di perdere del tempo a raccontartele. Una sera mentre rientrava trafelata, carica di mille cose che le traballavano tra le braccia, lo trovò davanti all'ingresso. Seduto. Come se stesse lì ad aspettarla. Si bloccò di colpo mentre cercava le chiavi nella sua sempre disorganizzatissima borsa.
"Non ci credo, non puoi aspettare proprio me, su...scostati, fammi passare."
Restò ancora più interdetta quando il gatto le diede ascolto. Si stiracchiò pigramente e la guardò, forse per un paio di secondi, molto attento e poi...si scostò. Qualche passo sulle sottili zampe e le lasciò la strada libera. Lei estrasse le chiavi dalla borsa e così facendo fece cadere una quantità ragguardevole di foglietti di molteplici dimensioni.
"Oh dannazione!" Esclamò contrariata.
La questione era che appuntava tutto. A mano. La penna che scorreva sulla carta non l'aveva mai stancata. La tastiera la stremava. La penna no. Quindi ogni cosa che le passava per la mente finiva su di un foglio, ogni messaggio che le arrivava e che la colpiva, numeri di telefono, indirizzi web, appunti per uno scritto ed ogni altra sorta di informazioni. Posò le buste della spesa ed iniziò a raccogliere tutto. Quando finì si voltò lentamente verso destra. Il gatto era ancora là che si leccava una zampa. Sembrava stesse ancora aspettando. Lei si caricò di tutto di nuovo e poi gli disse lasciando l'uscio socchiuso:
"Se hai deciso così allora la porta è aperta, se vuoi mio caro affascinante amico seguimi pure..."
L'animale la guardò come sfidandola e non si mosse.
"Oh...fa' come vuoi." Concluse lei e si avviò.

Passarono 20 minuti.

Fascia in testa, a raccogliere i capelli leggermente mossi, spalancò la porta di casa decisa. Aveva un milione di cose da fare tra cui quelle odiose faccende di casa che tanto tempo portavano via alla sua amata penna. Era così di nuovo carica di buste, di roba da buttare questa volta. Quasi lo calpestò.
"E tu che ci fai qua?" Gli disse sorpresa.
Il pelo bruno e lucido con movimento languido entrò in casa.
"Prego non fare complimenti mi raccomando..." Disse lei sorridendo.
Posò le buste sul pianerottolo e chiuse la porta dietro di se. Lo seguì con tranquillità, lui le esplorò senza fretta tutto l'appartamento. Si fermò davanti allo scrittoio e vi salì con un balzo agile. Proprio lì di fronte c'era una finestra che dava sul piccolo giardino della casa e dal giardino sul mondo.
"E' quasi sempre aperta sai? Non ti sarà difficile riprenderti quella libertà che hai lasciato là fuori." Gli disse convinta che l'avrebbe ospitato per poco.

Passarono 2 anni.

Era seduta e stava scrivendo. La notte era fresca in quella valle tra i monti nonostante fosse già estate. La Luna illuminava il cielo scuro e gli occhi di quello che lei si ostinava a considerare un ospite rilucevano come stelle. Lui se ne stava accoccolato sulla solita marea di fogli sparsi per il piano. Lei lo guardò affascinata, le faceva compagnia oramai da tanto, ancora un po' e l'avrebbe convinta che era lì per restarci e finora non aveva mai capito perché mai l'avesse scelta. Comunque una cosa era sicura, ci faceva certe conversazioni che nemmeno con la sua analista.
"Destino... - così aveva preso a chiamarlo e lui sembrava non dispiacersene - ...che dici ho già l'ambientazione ma non i protagonisti. Due donne e lo stesso uomo? O magari più di due donne. Due uomini e la stessa donna? Roba trita e ritrita e anche un po' triste vero? Due gatti e un cane?"
Mugugnò lei mentre lo grattava dietro ad un orecchio. Destino faceva le fusa e non degnò il suo borbottio neanche di un "miao" sommesso.
"Si hai ragione... - gli disse - ...ci vorrebbe qualcosa di nuovo."
Lei fissò la Luna fuori della finestra, era piena e tonda, erano anni che le sembrava stranamente più luminosa la Luna di Giugno. Era uno strano mese Giugno. Ad un certo momento si udì un rumore intenso. Destino drizzò le orecchie e balzò sul ciglio della finestra. Attento, fremente, cacciatore. Lei ebbe paura.
"Ecco è giunto il momento, Destino sparirà così come è arrivato." Pensò spaventata.
Ma il gatto si fece indietro, si accucciò sul foglio dove lei stava scrivendo continuando a guardare fuori. Dopo poco gli screziati occhi verdi di Destino si voltarono verso di lei, passarono dei secondi che sembrarono molte ore e lei sussurrò piano avvicinando il proprio capo a quello del gatto.
"Non c'è nulla là fuori vero? E' per questo che hai cercato una casa? Oppure eri stanco delle bugie del mondo? O magari tutto quello che c'è là fuori comunque non può essere paragonato ai meandri del nostro io. E' solo dentro di noi il territorio da esplorare? E' questo quello che hai capito da tempo mio affascinante amico?"
Destino le si avvicinò piano, le strusciò la fronte contro la sua, accennò poche fusa e si riacciabellò.
"Non mi confesserai mai nemmeno uno dei tuoi segreti vero?" Gli disse sorridendo.
Si scostò un poco e visto che lui non sembrava avere nessuna intenzione di spostarsi prese un altro foglio. Destino si leccò una zampa con fare pensoso e come in una sorta di rituale portato sempre a termine prima di dormire, il manto serico brillava alla luce della Luna...e lei per quella notte decise di continuare a scrivere.

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racconto





martedì, 08 febbraio 2005, ore 15:53

Come Ophelia


La follia rende folli.
Pensava e le rimbombava in testa.
La follia rende folli.
La pazzia si diffonde come un'epidemia, passa da una mente all'altra.
La follia rende folli.
Si avvicinò lentamente alla manopola del rubinetto, la girò piano senza fretta. Che premura doveva avere del resto, era sola e nessuno, nessuno l'avrebbe cercata, nessuno l'avrebbe disturbata. Preparò i sali da bagno e gli oli profumati, accese le candele e versò essenze odorose nell'acqua che stava riempiendo la vasca. Si diresse poi verso la stanza adiacente, alzò il volume dello stereo e le note dolci risuonarono in tutta la casa. Adorava quella composizione, attese qualche secondo immobile ripercorrendo i ricordi legati a quel pezzo, i toni e la conversazione a cui aveva fatto da sfondo, la voce, le parole, quello strano intenso percepire. Si scosse, aprì gli occhi, tornò in bagno. Si guardò intorno ma si accorse che lì per ora non aveva nulla da fare. Si voltò e s'incamminò verso la cucina, prese il cestello dal freezer e poi si spostò di nuovo in bagno. Appoggiò il contenitore sull'angolo della vasca, l'acqua non era ancora abbastanza e quindi aspettò. Si perse di nuovo nella melodia che viaggiava nell'aria, sospirò e decise che non avrebbe proprio voluto udire altro in quel momento. Chiuse il rubinetto, l'acqua le sembrava oramai sufficiente, vi versò il contenuto del secchiello e poi sparse sulla superficie una miriade di petali di fiore. Sciolse la cinghia dell'accappatoio ed entrò con calma, prima il piede destro, il polpaccio, il ginocchio, poi il sinistro. Si distese tranquilla. Presto il ghiaccio che aveva messo nell'acqua iniziò ad avere l'effetto che voleva. E dire che non aveva nemmeno dovuto prepararlo, la Natura stessa gliene aveva fornito così tanto che le era bastato passeggiare per il giardino per averne a sufficienza. Tutto infatti ne era ricoperto, strati e strati, centimetro dopo centimetro, giorni e giorni in cui la neve era caduta e si era accumulata per poi ghiacciare. Mentre lo raccoglieva pensava a quando invece quel piccolo parco era verde e lo stagno non era gelato. In quel tempo passava intere notti a rimirare la Luna che si rispecchiava sull'acqua. Le membra intanto le si intorpidivano e coscientemente scese ancora di più in quel freddo che sembrava così accogliente. I profumi diffusi nella stanza le inondavano le narici, i petali le galleggiavano pigramente intorno, il movimento di onde che aveva creato al suo ingresso stava completamente sparendo. S'immerse totalmente, la vibrazione della musica attraverso il fluido le arrivò ancora più forte, le due lacrime che si affacciarono dai suoi occhi si persero nella moltitudine di gocce che formavano quel gelido abbraccio. Un pensiero folgorante le attraversò la mente, rimpianse per un attimo di non avere più la possibilità di sussurrare il suo addio ma infondo si disse che non importava, tanto nessuno l'avrebbe sentita. Le ultime bolle d'aria salirono verso la superficie ed un millesimo di secondo prima del buio, forse come fece Ophelia, pensò al suo Amleto.

Attraverso l'acqua...

La Petite Fille de la Mer - Vangelis

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lunedì, 07 febbraio 2005, ore 11:55

Cuore nomade

Si distese sulla sabbia calda, la duna lo accolse amorevole. La notte si stava affacciando e lui voleva veder sorgere la Luna. Il bianco mantello del puledro che lo aveva accompagnato riluceva ancora del calore del giorno. Lo accarezzò lievemente allungando il braccio.

"Presto torneremo al campo, non temere amico mio.."

Sussurrò piano mentre lentamente stavano comparendo le stelle. Il mal di testa lo tormentava da un po', con accuratezza sciolse il perfetto intreccio di stoffa che formava il suo copricapo e si sentì per un attimo libero, dai pesi e dai pensieri, respirò a fondo l'aria che iniziava a profumarsi dei fiori notturni con la sabbia tra i capelli. Una piccola lucertola gli salì sulla mano, la osservò silenzioso, lei sembrò accorgersene e si fermò perplessa, immobile in quello sguardo pareva attendere un minimo cenno. Lui non si mosse, il minuto animale senza fretta gli scese dalla palma che aveva usato come ponte da una distesa di granelli all'altra, il mondo che lo attendeva al di là era apparentemente uguale, eppure una duna non è mai uguale a se stessa e così in quell'oltre tutto era diverso.

"Avventura di una gracile creatura in balia del deserto."

Disse sottovoce la scura e solitaria figura stesa a terra. Restò poi a riflettere, in quell'ora della giornata, in quel momento di passaggio le cose gli sembravano sempre più chiare, peccato che di lì a poco sarebbero tornate di nuovo confuse e poco comprensibili. Pensò al fatto che aveva lasciato da poco l'ultima oasi, luogo tranquillo di ristoro e che probabilmente non avrebbe incontrato altro verde ed altre acque calme per un po'. Forse tutto questo nemmeno lo preoccupava però, avrebbe camminato ancora e trovato di nuovo o sarebbe morto nel tentativo. L'ipotesi non lo sconvolgeva affatto, la nera signora era un'essenza quieta e quasi sempre presente per chi viaggiava così a lungo attraverso mari di sabbia.. Potevi essere risucchiato da quei granelli mutevoli, o sepolto, o ricoperto, o soffocato, chiunque vivesse quello che lui stava vivendo lo sapeva. Si sarebbe morto magari..e poi rinato. La duna continuava a restituire il calore assorbito durante il giorno, mentre l'aria si stava facendo quasi gelida. Affascinante contrasto tra la sua schiena ed il suo viso. Sollevò le palpebre e finalmente la vide. Una falce sottile ma luminosa... un fuscio lo distolse. Il bambino si avvicinò, i suoi abiti scuri quasi lo nascosero completamente al suo sguardo.

"Ti sorprendo quando credi di essere solo vero?" gli domandò.
"No, non mi sorprendi mai e soprattutto non di notte.".
"La Luna brilla di luce intensa stasera, ma è così sottile..."
"Già... per ora il buio se n'è mangiata una grande parte ma tornerà ampia... prima o poi."
"Tutte le notti te ne stai fermo ad osservarla, cosa guardi?"
"Null'altro che lei.. e mi chiedo chi di noi due è più solo."


Il bambino sorrise, fece un cenno col dito nella sua direzione facendolo voltare e poi disse:

"Nel deserto chiunque si sente solo ma... vedi? Alla fine forse quasi mai nessuno lo è."

Il suo sguardo corse alla cima della duna lì accanto. Una minuscola figura era ferma nella luce della Luna, sembrava che li stesse osservando da lontano. Pensò che per una lucertola era una notevole impresa fare tutta quella strada sulla scivolosa sabbia solo in una parte della notte.

"Ha fatto un lungo viaggio per una creatura così fragile..e solo in una notte.."
"Ancora ti stupisci di questo?" Gli chiese il giovane nomade.
"No, non mi stupisco più di nulla, è che ho smesso di aspettarmele le cose..." replicò.
"Ed ora dopo aver visto sorgere la solitaria Luna come tutte le notti in questa terra ed in questo viaggio cosa intendi fare?"
"Amare, nient'altro, di più non riesco a fare."


Il piccolo sembrò soddisfatto della risposta e si voltò incamminandosi verso l'accampamento. Lui lo guardò allontanarsi per un po', poi prese le briglie di Chiarore e lo seguì lentamente. Prima di muoversi però lanciò un ultimo sguardo a quello che lo circondava...l'esile lucertola era ancora là.

Nell'aria suona..

Désert

"Oh mon amour, mon âme soeur
Je compte les jours je compte les heures
Je voudrais te dessiner dans un désert
Le désert de mon coeur

Oh mon amour, ton grain de voix
Fait mon bonheur à chaque pas
Laisse-moi te dessiner dans un désert
Le désert de mon coeur

Dans la nuit parfois, le nez à la fenêtre
Je t'attends et je sombre
Dans un désert, dans mon désert, voilà

Oh mon amour, mon coeur est lourd
Je compte les heures je compte les jours
Je voudrais te dessiner dans un désert
Le désert de mon coeur

Oh mon amour, je passe mon tour
J'ai déserté les alentours
Je te quitte, voilà c'est tout

Dans la nuit parfois, le nez à la fenêtre
J'attendais et je sombre
Jetez au vent mes tristes cendres, voilà..."

(E.Simon)

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musica, racconto





sabato, 29 gennaio 2005, ore 20:23

Nuova Luna

Le piccole mani scure affondavano lente nell'impasto, si muovevano sapienti e sinuose, amalgamando e premendo. La ragazza bionda uscì dalla tenda e per un po' restò ad osservare la giovane alchimista. Sorrise guardandola e si avvicinò leggera.

"Stai preparando miracoli?"

Gli occhi grandi e scuri si voltarono e la scrutarono a fondo, inclinò leggermente il capo e la trecciolina mora, che le raccoglieva alcune ciocche, le scivolò da dietro l'orecchio ondeggiando nel brillio delle minute pietre colorate che la decoravano.

“Hai bisogno di un miracolo Pelle Chiara?”


La ragazza osservò la sciamana mentre continuava il suo lavoro con decisione. S'interrogò anche lei...aveva bisogno o no di un miracolo? E se anche ne avesse bisogno...lo voleva?

“Riesci sempre a confondermi” - concluse.

“La confusione non la genero, la prendo all'amo e la faccio risalire in acque poco profonde.” - disse piano la piccola saggia.

Poi si alzò, fece un rapido giro intorno al campo e tornò con qualche fiorellino raccolto nelle vicinanze, si sedette di nuovo sulle ginocchia e cominciò a pestare i fiori in un recipiente di legno.

“Proprio non vuoi dirmi cosa stai facendo?” - le chiese la ragazza di nuovo.

La piccola le sorrise e fece un gesto indicandole di sedersi accanto a lei. Versò quello che aveva ottenuto dai fiori nel resto dell'impasto ed iniziò ad affondarci le mani di nuovo per renderlo omogeneo. Era notte e più lo maneggiava e più quella sostanza assumeva una strana luminescenza.

“Fiore di campo e acqua di fiume, farina che è vita e polvere di ciottolo, neve bianca e pioggia trasparente... ricorda Pelle Chiara le cose più semplici che ci portano alla Terra allo stesso modo ci elevano al cielo per poi condurci in un altro terreno, cambiano le prospettive di una realtà che resta, nella luce che la illumina, anche se poi ci sono giorni in cui la luce si nasconde...”

Pelle Chiara rimase muta a guardarla, rifletteva sulle sue parole e credeva di capire di cosa quella giovane creatura le stesse parlando. Notò in un secondo quanta bellezza il suo essere fanciulla eppure adulta racchiudeva e quanta ne esternava, così piccola e così perfetta.

“Come fosse una polvere di fata...sì ho capito...ma per accompagnare chi?”

“La tua curiosità e la tua impazienza saranno sempre cruccio e allo stesso modo delizia del tuo vivere mia cara occhi di laguna...”
- le disse l'altra sorridendo.

Il contrasto fra i denti candidi e la pelle scura si rese ancora più netto ed affascinante in quella notte che sembrava più buia del solito.

“Sai a volte mi dimentico chi sei...cosa rappresenti e vedo solo i tuoi dieci...o forse poco più, inverni...”

“Il mio aspetto come sai non conta...e nemmeno il tuo Pelle Chiara, conta il terreno che calpestiamo, le tracce che lasciamo, contano le creature che incontriamo, contano i loro occhi, i loro animi, conta il sentire ed il vivere, la Terra, l'Acqua, il Fuoco, il Vento e l'Amore...ricorda il quinto elemento senza cui gli altri perdono il loro senso...Nessun saggio si è mai soffermato sulla pelle o sulle mani, sui capelli o sulle labbra, sui colori o sulla razza...”

I capelli sciolti sulle spalle si mossero mentre si alzava, i minuti piedi nudi pestarono l'erba umida della notte, la treccia vorticò con lei mentre girava su se stessa, smise di parlare ed iniziò a cantare. La sua voce limpida si diffuse per il campo e le altre attività lentamente si arrestarono. Mentre Pelle Chiara la vedeva danzare e la sentiva cantare venne raggiunta da una figura ammantata di un abito nero come il cielo di quella sera, costellato però di piccole stelle e di ricami di farfalle. Notte Inquieta una volta vicino le disse: “La odi? Parla di un Amore sofferto e di un legame spezzato, di un volere egoista e di una luce benevola..prepara la sua Terra a ricevere il frutto del suo lavoro di stanotte, così che poi essa possa bearsi nel chiarore al sorgere della Madre...la vera Madre...ma non la nostra...la tua.”

“Sorelle di madri diverse, è forse questo quello che siamo?”


Occhi Scuri finì il suo canto, raccolse la ciotola e chiuse il pugno sull'impasto che era oramai divenuto polvere, s'incamminò sulla collina e con un movimento deciso e roteante la lanciò in aria, la luminescenza si diffuse, la Terra sembrò scintillare, la Notte si fece più chiara...all'orizzonte sorse la Luna.

“Che come seme la pioggia, la neve, il fiore, la farina ed il sasso ti accompagnino Terra genitrice, che la Notte ti assista e sia tua sorella, che la Luna ti dia luce e che tu la accolga e noi da voi generate canteremo, la vita proseguirà dopo l'inverno, la luce torna dopo il buio...”


La piccola tornò dalla collina e sembrava stanca, si distese e poggiò la testa sulle ginocchia di Pelle Chiara che la stava aspettando serena.

“Dormi, mia cara, riposa tranquilla, i nuovi spazi, i nuovi inizi sono sempre ricchi di gioia ma densi di fatica.”

Notte Inquieta si allontanò per poco, tornò con della legna ed attizzò il fuoco, si sedette accanto a loro e le osservò silenziosa leggendo sui loro volti quello che comunque le parole non sarebbero state capaci di dire, al suo viso pallido le fiamme davano una sfumatura più calda e nei suoi occhi neri si riflettevano guizzanti.

Dopo un po' e quando la piccola già si trovava avvolta nel sonno tra le braccia dell'altra, sommessa disse: “La Terra, la Notte, la Luna sono solo degli specchi, tu ti fai culla ora come a suo tempo per te qualcuno lo fece, il mio animo concepisce quesiti notturni che forse non hanno bisogno di risposte, l'unica cosa che dovremo fare forse sarà non dimenticare.”

Pelle Chiara sorrise e alzò gli occhi verso quella Luna levata da poco, così simile eppure così diversa da quella del giorno precedente.

“Non dimenticherò.”


Le note nell'aria..

Figlio della Luna

Per chi non fraintenda
narra la leggenda
di quella gitana
che pregò la Luna
bianca ed alta nel ciel,
mentre sorrideva
lei la supplicava
«Fa che torni da me»
«Tu riavrai quell'uomo,
pelle scura,
con il suo perdono
donna impura
però in cambio voglio
che il tuo primo figlio
venga a stare con me.»
Chi suo figlio immola
per non stare sola
non è degna di un re.

Luna adesso sei madre
ma chi fece di te
una donna non c'è
dimmi luna d'argento
come lo cullerai
se le braccia non hai..


Figlio della luna..

Nacque a primavera
un bambino
da quel padre scuro,
come il fumo
con la pelle chiara
gli occhi di laguna
come un figlio di luna.
«Questo è un tradimento
lui non è mio figlio
ed io no, non lo voglio»

Luna adesso sei madre
ma chi fece di te
una donna non c'è
dimmi luna d'argento
come lo cullerai
se le braccia non hai..


Figlio della luna..

II gitano folle
di dolore
colto proprio al centro
dell'onore
l'afferrò gridando
la baciò piangendo
poi la lama affondò,
corse sopra al monte
col bambino in braccio
e lì lo abbandonò.

Luna adesso sei madre
ma chi fece di te
una donna non c'è
dimmi luna d'argento
come lo cullerai
se le braccia non hai..


Figlio della luna..

Se la luna piena
poi diviene
è perché il bambino
dorme bene
ma se sta piangendo
lei se lo trastulla
cala e poi si fa culla..
Ma se sta piangendo
lei se lo trastulla
cala e poi si fa culla.....”

(Mecano)

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