Imperativi categorici
L'imposizione necessaria diviene scontro diretto. Vive e scalpita Rabbia repressa che non ne sopporta alcuna.
Ma c'è il modo per acquietarla, esiste l'equilibrio, che forse però sta tutto nella sua ricerca.
Non giungerò mai al perfetto punto di sospensione tra fare e volere, non giungerò mai ad afferrare veramente la materialità di certe situazioni.
So però che ci sono attimi in cui ogni cosa perde la sua effimera concretezza.
Luoghi, momenti, visioni e soprattutto suoni che si elevano dallo stato cosciente. Viaggiano, trasportano e trascinano lontano. O forse ti tengono vicino. Così vicino che stupita ti trovi ad osservare il tuo cuore quando credevi di spostarti per guardare qualcun'altro. In realtà credo che ogni
"altro" debba accompagnarti per essere veramente parte del viaggio, non basta essere meta, non basta essere obiettivo. Se le orme tendono ad un luogo che poi dispare voltandoti indietro è semplice accorgersi che si è camminato soli.
Nessun luogo come destinazione ma impronte adiacenti, è questo il chiaro segreto.
Quando accade tutto succede con una naturalità così sorprendente da interdire il respiro al solo pensiero, anche se nel volgersi poi si possono notare segni impressi da passeggiate solitarie, l'importante è intravedere dove e quando esse sono più avvallate...perché reggevi qualcuno tra le braccia, perché ti sostenevano tra le braccia.
E così io le vedo le mie orme a volte solitarie e leggere, così come vedo quelle che le affiancano o quelle lasciate profonde e pesanti.
Lasciate da me...lasciate da altri.
Infine solo uno è l'unico imperativo categorico che posso e voglio darmi: non perdere di vista i percorsi ed osservare dall'ombra più a lungo possibile il Sole tra le
fronde, tutte le volte che si fa strada tra i rami tutte le volte che, nonostante me, brilla.
(Torre del Parco 28.-.05.-.05 h.14.12)